E' un periodo un po' così per le letture, ammettiamolo. Faccio fatica a trovare qualcosa che mi piaccia e riesco a concentrami solo su libri brevi e semplici.
Sull'onda dell'entusiasmo che I Miserabili avevano suscitato in me avevo cominciato, credo ai primi di marzo, a leggere L'uomo che ride, sul quale però non riuscivo a concentrarmi.
A metà aprile si è parlato tanto, su un gruppo FB che seguo, de I quaranta giorni del Mussa Dagh di Werfel e allora ho deciso che avrei messo in pausa il povero Hugo e mi sarei dedicata a quello. Ero presa così bene che ho anche creato l'evento per una lettura condivisa.
Dopo circa tre settimane sono arrivata, faticosamente, al 40 %, e mi sto annoiando a morte. Ho la sensazione che non sia il romanzo per me, così ricco di descrizioni di fatti politici e militari. Eppure guardo le recensioni e mi sento in colpa ad abbandonarlo. Sono sempre stata contraria sia al saltare le pagine con le parti "noiose" - e questo spiega perché Anna Karenina ha ancora il segnalibro a pagina 200 - sia a continuare per forza perché "poi diventa bello". Ho sempre pensato che la lettura dovesse essere un piacere e che non si potesse andare avanti con fatica sperando che "migliori", soprattutto se il libro ha 1000 pagine e tu non sei ancora a metà.
Però mi sento in colpa a mollare anche questo!
E voi come la pensate?
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lunedì 18 maggio 2015
martedì 16 dicembre 2014
...Agli aspiranti scrittori
Post polemico. Lo dichiaro in partenza, così non ci sono problemi. Ho bisogno di sfogarmi.
Attualmente sto leggendo un ebook, per conto di un sito web con cui collaboro: per correttezza, non ho intenzione di nominare né l'autore né il titolo dell'opera.
L'opera, ovviamente autopubblicata, è semplicemente demenziale: abbondano gli errori grammaticali, ortografici, le concordanze sono sbagliate, oggetti da sempre maschili nel dizionario italiano sono magicamente diventati femminili. Sulla trama non mi pronuncio.
Non è la prima volta che mi ritrovo, per svariati motivi, a leggere "esordi" simili.
Ho sempre cercato di essere diplomatica, di tenere a bada il nervosismo, di passare, come si dice spesso oggi, oltre, di non guardare ciò che non mi piaceva. Adesso però mi sono stufata.
Oggi, più o meno tutti possono autopubblicare il proprio ebook. Perfetto. Il fatto che una cosa si possa fare non significa che siamo legittimati a farla. Scrivere è un lavoro serio, vero. Che richiede studio, attenzione, pratica. Ma soprattutto, a monte, serve UMILTA'. Un valore raro, che si va perdendo ogni giorno di più.
Prima di cominciare a scrivere il vostro ebook, cari aspiranti scrittori, posate la penna, spegnete il computer, fatevi un giro. Riflettete. Interrogatevi sulle vostre REALI capacità. Cominciate dalle basi: siete sicuri di conoscere la lingua italiana? Sapete che l'aspirapolvere fa "rumore" e non "versi"? Vi vengono le parole o dovete metterne altre tra virgolette, piegandone il significato a quello che volete dire?
Se non siete sicuri di questo, lasciate perdere, per favore. Un linguaggio "strano", inusuale, una trama "particolare" - che poi...chissà perché il 90% degli esordi (self) viene presentato come particolare - non copriranno il vuoto che c'è sotto. La grammatica, l'ortografia, la sintassi, non sono accessori obsoleti. Non voglio in questa sede parlare di intrecci banali o di trame insignificanti: mi voglio fermare al primo livello, per sottolineare la gravità del fenomeno. L'Italia è il Paese con più scrittori e meno lettori in Europa: mi pare grave.
Non tutti hanno qualcosa da dire. Non tutti, pur avendolo, sono in grado di dirlo.
In conclusione: nello spazio laterale c'è scritto che sono disponibile a recensire materiale di autori esordienti. Lo sono ancora, ma ho deciso di smetterla con la tolleranza. Se il vostro "capolovoro" non è nemmeno scritto in italiano corretto - e lo sapete se non lo è, perché da troppi ho sentito dire che "non è la forma che conta" - fate che non mandarmelo, per favore. Io risparmierò tempo, e voi eviterete di avere una violenta stroncatura.
Attualmente sto leggendo un ebook, per conto di un sito web con cui collaboro: per correttezza, non ho intenzione di nominare né l'autore né il titolo dell'opera.
L'opera, ovviamente autopubblicata, è semplicemente demenziale: abbondano gli errori grammaticali, ortografici, le concordanze sono sbagliate, oggetti da sempre maschili nel dizionario italiano sono magicamente diventati femminili. Sulla trama non mi pronuncio.
Non è la prima volta che mi ritrovo, per svariati motivi, a leggere "esordi" simili.
Ho sempre cercato di essere diplomatica, di tenere a bada il nervosismo, di passare, come si dice spesso oggi, oltre, di non guardare ciò che non mi piaceva. Adesso però mi sono stufata.
Oggi, più o meno tutti possono autopubblicare il proprio ebook. Perfetto. Il fatto che una cosa si possa fare non significa che siamo legittimati a farla. Scrivere è un lavoro serio, vero. Che richiede studio, attenzione, pratica. Ma soprattutto, a monte, serve UMILTA'. Un valore raro, che si va perdendo ogni giorno di più.
Prima di cominciare a scrivere il vostro ebook, cari aspiranti scrittori, posate la penna, spegnete il computer, fatevi un giro. Riflettete. Interrogatevi sulle vostre REALI capacità. Cominciate dalle basi: siete sicuri di conoscere la lingua italiana? Sapete che l'aspirapolvere fa "rumore" e non "versi"? Vi vengono le parole o dovete metterne altre tra virgolette, piegandone il significato a quello che volete dire?
Se non siete sicuri di questo, lasciate perdere, per favore. Un linguaggio "strano", inusuale, una trama "particolare" - che poi...chissà perché il 90% degli esordi (self) viene presentato come particolare - non copriranno il vuoto che c'è sotto. La grammatica, l'ortografia, la sintassi, non sono accessori obsoleti. Non voglio in questa sede parlare di intrecci banali o di trame insignificanti: mi voglio fermare al primo livello, per sottolineare la gravità del fenomeno. L'Italia è il Paese con più scrittori e meno lettori in Europa: mi pare grave.
Non tutti hanno qualcosa da dire. Non tutti, pur avendolo, sono in grado di dirlo.
Mi si potrebbe rispondere che... se non mi piacciono certi ebook, posso non leggerli. E' vero. Ma voi, esordienti che non passereste la prima prova di maturità, non danneggiate solo voi stessi. Danneggiate anche gli autori meritevoli che scelgono, per svariati motivi, la via del self publishing, perché nella mediocrità è sempre più difficile scavare. E non lo dico solo perché tra essi c'è un mio caro amico.
In conclusione: nello spazio laterale c'è scritto che sono disponibile a recensire materiale di autori esordienti. Lo sono ancora, ma ho deciso di smetterla con la tolleranza. Se il vostro "capolovoro" non è nemmeno scritto in italiano corretto - e lo sapete se non lo è, perché da troppi ho sentito dire che "non è la forma che conta" - fate che non mandarmelo, per favore. Io risparmierò tempo, e voi eviterete di avere una violenta stroncatura.
giovedì 15 maggio 2014
"Basta che si legga?"
ATTENZIONE!
Avvertenza: post ad altissimo contenuto di snobismo.
L'avvertenza iniziale, a scanso di equivoci, vuole essere ironica e come tale spero venga intesa. Quello che segue, lungi da essere un post "snob", è un post poco buonista. Ciò che intendo, insomma, è soffermarmi su alcuni luoghi comuni che si sentono dire / si leggono a proposito della lettura, abbandonando il politically correct che spesso finisce per diventare uno strumento per livellare il livello culturale delle persone e, come si sa, ogni livellazione è verso il basso.
Spesso si sente dire, di fronte a scelte di letture di dubbia (o certamente scarsa) qualità, come possono essere Fabio Volo, Clara Sanchez, Margaret Mazzantini - lo so, è un'autrice molto stimata: non sono tra coloro i quali l'apprezzano, anzi - le Cinquanta sfumature che "l'importante è che si legga", o che "il libro susciti un'emozione".
Mi dispiace, non sono d'accordo con le seguenti affermazioni. Cominciamo dalla prima. Sicuramente, si comincia a leggere partendo da testi più o meno "facili", come i classici che ci fanno leggere da bambini - penso a Heidi, a Incompreso, a Senza famiglia, giusto per citare cose molto tristi che mi piacciono molto - o altri romanzi scritti appositamente per ragazzi e piano piano, inevitabilmente, si approda a testi più complessi.
Insomma: nessuno di noi è passato direttamente dal latte materno all'arrosto. Ci va il passaggio intermedio.
Qualcuno, invece, salta questo primo passaggio, o ricomincia a leggere dopo anni, e sceglie uno di quei prodotti editoriali (non libri!) sopra citati. In proposito, spesso si sente dire "sì, dai, leggi Volo, poi magari ti fa venire voglia di leggere qualcos'altro". Mi spiace, non sono sicura che possa essere così. Sicuramente, a qualcuno può succedere di passare da La strada verso casa a Delitto e Castigo, senza mai aver portato a termine letture "serie" prima di FabioVolo, ma si tratta di una minoranza così esigua che possiamo tranquillamente tralasciarla.
Del resto, non credo che chi impara a mangiare BigMac possa passare a raffinati flan di verdure o al foie gras. Al junk food approda, e al junk food rimane. Non è un cibo "di passaggio". E di chi mangia solo McDonald non diremmo mai "ma sì, in fondo, basta che mangi".
Mi dispiace, io non credo che basti che si legga. Ci sono testi che non ti danno nulla, non ti arricchiscono, non ti portano a riflettere, non ti fanno diventare una persona "migliore", nel senso di più aperta e attenta alla realtà. Non ti nutrono, quindi. Ma ti fanno male - come mangiare un BigMac al giorno - perché ti tengono a un basso livello di conoscenza, ti fanno credere di essere in grado percepire qualcosa di profondo quando invece ti tengono a mollo in acque scandalosamente basse.
L'ho detto, e mi sono sentita urlare contro: leggere non è obbligatorio. Piuttosto che leggere "brutta letteratura", o "brutti fenomeni editoriali", lasciate perdere. O prendete un Topolino, che almeno diverte. E insegna un sacco di cose.
L'altra frase fatta è "basta che ti emozioni". Anche qui, non sono d'accordo. L'emozione è il livello base, è il primo step della conoscenza. Davvero ci vogliamo accontentare di fermarci qui? Al primo livello, quello rasente alla superficie?A lasciare che un mestierante susciti - sapientemente - in noi o il piantino o la risata? Davvero vogliamo farci pilotare?
Io dico di no. Dopo l'emozione c'è la riflessione. C'è il confronto con quello che stai leggendo. C'è l'applicazione di quello che hai letto alla realtà. C'è il sentimento, generato da quell'emozione primordiale: il sentimento di aver capito, di aver fatto tuo quel romanzo, quella storia. Meglio ancora, c'è il sentimento del "non aver capito", che ti porta ad approfondire, a cercare, a scoprire.
E' precisamente a questo, secondo me, che deve arrivare chi davvero vuole leggere.
Mi si può obiettare che.. non sempre si possono leggere i classici, che bisogna svagarsi. Giustissimo: sono la prima, lo scrivevo di recente, a leggere romanzi da ombrellone anche d'inverno. Ma anche qui, ci sono diverse letture di evasione: romanzi scritti meglio o peggio, autori più o meno onesti. Tra il classico, la lettura impegnativa, e il prodotto editoriale fatto apposta per essere venduto, per diventare di moda, c'è tutta una letteratura minore onesta che merita di essere presa in considerazione.
Altrimenti, niente ci vieta di fare le parole crociate, o di leggere Topolino.
Avvertenza: post ad altissimo contenuto di snobismo.
L'avvertenza iniziale, a scanso di equivoci, vuole essere ironica e come tale spero venga intesa. Quello che segue, lungi da essere un post "snob", è un post poco buonista. Ciò che intendo, insomma, è soffermarmi su alcuni luoghi comuni che si sentono dire / si leggono a proposito della lettura, abbandonando il politically correct che spesso finisce per diventare uno strumento per livellare il livello culturale delle persone e, come si sa, ogni livellazione è verso il basso.
Spesso si sente dire, di fronte a scelte di letture di dubbia (o certamente scarsa) qualità, come possono essere Fabio Volo, Clara Sanchez, Margaret Mazzantini - lo so, è un'autrice molto stimata: non sono tra coloro i quali l'apprezzano, anzi - le Cinquanta sfumature che "l'importante è che si legga", o che "il libro susciti un'emozione".
Mi dispiace, non sono d'accordo con le seguenti affermazioni. Cominciamo dalla prima. Sicuramente, si comincia a leggere partendo da testi più o meno "facili", come i classici che ci fanno leggere da bambini - penso a Heidi, a Incompreso, a Senza famiglia, giusto per citare cose molto tristi che mi piacciono molto - o altri romanzi scritti appositamente per ragazzi e piano piano, inevitabilmente, si approda a testi più complessi.
Insomma: nessuno di noi è passato direttamente dal latte materno all'arrosto. Ci va il passaggio intermedio.
Qualcuno, invece, salta questo primo passaggio, o ricomincia a leggere dopo anni, e sceglie uno di quei prodotti editoriali (non libri!) sopra citati. In proposito, spesso si sente dire "sì, dai, leggi Volo, poi magari ti fa venire voglia di leggere qualcos'altro". Mi spiace, non sono sicura che possa essere così. Sicuramente, a qualcuno può succedere di passare da La strada verso casa a Delitto e Castigo, senza mai aver portato a termine letture "serie" prima di FabioVolo, ma si tratta di una minoranza così esigua che possiamo tranquillamente tralasciarla.
Del resto, non credo che chi impara a mangiare BigMac possa passare a raffinati flan di verdure o al foie gras. Al junk food approda, e al junk food rimane. Non è un cibo "di passaggio". E di chi mangia solo McDonald non diremmo mai "ma sì, in fondo, basta che mangi".
Mi dispiace, io non credo che basti che si legga. Ci sono testi che non ti danno nulla, non ti arricchiscono, non ti portano a riflettere, non ti fanno diventare una persona "migliore", nel senso di più aperta e attenta alla realtà. Non ti nutrono, quindi. Ma ti fanno male - come mangiare un BigMac al giorno - perché ti tengono a un basso livello di conoscenza, ti fanno credere di essere in grado percepire qualcosa di profondo quando invece ti tengono a mollo in acque scandalosamente basse.
L'ho detto, e mi sono sentita urlare contro: leggere non è obbligatorio. Piuttosto che leggere "brutta letteratura", o "brutti fenomeni editoriali", lasciate perdere. O prendete un Topolino, che almeno diverte. E insegna un sacco di cose.
L'altra frase fatta è "basta che ti emozioni". Anche qui, non sono d'accordo. L'emozione è il livello base, è il primo step della conoscenza. Davvero ci vogliamo accontentare di fermarci qui? Al primo livello, quello rasente alla superficie?A lasciare che un mestierante susciti - sapientemente - in noi o il piantino o la risata? Davvero vogliamo farci pilotare?
Io dico di no. Dopo l'emozione c'è la riflessione. C'è il confronto con quello che stai leggendo. C'è l'applicazione di quello che hai letto alla realtà. C'è il sentimento, generato da quell'emozione primordiale: il sentimento di aver capito, di aver fatto tuo quel romanzo, quella storia. Meglio ancora, c'è il sentimento del "non aver capito", che ti porta ad approfondire, a cercare, a scoprire.
E' precisamente a questo, secondo me, che deve arrivare chi davvero vuole leggere.
Mi si può obiettare che.. non sempre si possono leggere i classici, che bisogna svagarsi. Giustissimo: sono la prima, lo scrivevo di recente, a leggere romanzi da ombrellone anche d'inverno. Ma anche qui, ci sono diverse letture di evasione: romanzi scritti meglio o peggio, autori più o meno onesti. Tra il classico, la lettura impegnativa, e il prodotto editoriale fatto apposta per essere venduto, per diventare di moda, c'è tutta una letteratura minore onesta che merita di essere presa in considerazione.
Altrimenti, niente ci vieta di fare le parole crociate, o di leggere Topolino.
venerdì 13 dicembre 2013
Riscoprire le Piccole Donne
Complice un filmetto, trovato per caso su Sky e guardato da metà in poi, ho deciso, tra metà novembre e i primi di dicembre, di dedicarmi alla rilettura delle Piccole Donne, intendendo tutto il ciclo, comprensivo di Piccole donne, Piccole donne crescono, Piccoli Uomini, I ragazzi di Jo.
Ho cominciato così, un pomeriggio, per gioco. Leggendo Piccole donne sulla storica versione di mia mamma, e gli altri su Kindle, siccome ho scoperto, con orrore, che i miei occhi sopportano a fatica la visione dei piccoli caratteri delle mie meravigliose edizioni Giunti, in cui possiedo Piccole donne crescono e Piccoli uomini. Quanto a I ragazzi di Jo, non ne ho una versione in casa. Da bambina, probabilmente, avevo letto solo dei piccoli passaggi.
Ho ricominciato, casualmente, proprio nei giorni successivi allo scoppio dello scandalo riguardante le ragazzine dei licei romani che si prostituivano. Scherzando, ma non troppo, devo aver detto che ritenevo - parzialmente, s'intende - la scomparsa dell'usanza di leggere Piccole donne la causa della degenerazione dei costumi.
Ho quindi postato su Facebook, in un gruppo dedicato ai libri, la fatidica domanda: "Si usa ancora far leggere il ciclo delle Piccole donne?" e, con mia grande stupore, ho ottenuto parecchie risposte affermative e una sola nettamente negativa, di una persona che dichiarava che nei romanzi della Alcott le fanciulle vengono educate al solo scopo di accalappiare un uomo, e che quindi non li avrebbe mai proposti alle sue figlie. Questa signora, che non conosco, ha probabilmente letto con scarsa attenzione, e non volentieri, i romanzi; tuttavia è stata forse questa stessa obiezione a far sì che mi dedicassi alla lettura con più impegno e più attenzione rivolta verso i messaggi educativi e morali che i romanzi trasmettono.
La mia conclusione è che, sia Piccole donne sia Piccole donne crescono, sono romanzi modernissimi, capaci di regalarci insegnamenti sull'importanza di coltivare il senso del dovere, di combattere i propri difetti, l'impulsività e, soprattutto, di innamorarsi con sincerità e di essere in grado di dividere, col proprio compagno, gioie e dolori della vita matrimoniale. Anche su quest'ultimo punto, la Alcott è modernissima: Meg e John si dividono i compiti, litigano, e riescono a ritrovarsi: nessuna delle tre è educata per "accalappiare" e compiacere il proprio uomo, anzi. Tutte sono esortate a coltivare la propria personalità e i propri interessi, e finiscono per avvicinarsi a uomini di classi sociali diverse, con i quali condividono un progetto importante.
Secondo me, è proprio perché per la Alcott è tanto importante lo sviluppo della personalità, il sapersi, nel caso, ribellare alle convenienze sociali e il saper vivere fuori dalla famiglia pur senza perdere i contatti con essa, che l'unica che finisce per soccombere, nella battaglia per l'autoaffermazione, è Beth, che - per quanto questo possa causarci tante lacrime - non può che morire.
Per quanto riguarda Piccoli uomini - che da bambina avevo amato moltissimo - e I ragazzi di Jo, sono rimasta parzialmente delusa.
Nel primo ritroviamo, sicuramente, una memoria di giochi infantili che si è persa per sempre, giochi che sarebbe meraviglioso poter recuperare, perché stimolavano la fantasia e l'autonomia, caratteristiche che ritroviamo difficilmente nei bambini di oggi. Manca però una trama, assente anche in I ragazzi di Jo: si susseguono tutta una serie di episodi, e il personaggio principale è sicuramente Dan che a differenza di Beth - che non si lascia andare all'azione - non riesce a trovare pace in nessuna attività, e finisce per trovarla anche lui, precocemente, nel sonno eterno.
Ma quello che manca, in questi ultimi romanzi, sono le tre sorelle che, da adulte, pur essendo rimaste straordinariamente "loro", non risvegliano lo stesso affetto incondizionato.
In conclusione, voglio sottolineare come sia importante non solo far leggere, almeno i primi due romanzi, ma soprattutto spiegarli: insegnare alle bambine a non saltare i passaggi moraleggianti, e a spiegare come anche i continui riferimenti alla Provvidenza (tipici della cultura americana dell'epoca) siano riconducibili all'interno di un sistema di valori che non moriranno devono morire mai.
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