Trama (da Amazon.it): Due bambine scomparse, una strana signora che ama le margherite e il passato che torna dolorosamente nella vita del commissario Livia. Il lettore, seguendo la protagonista alle prese con il rapimento di due bambine di otto anni, entrerà nella sua vita, nella sua famiglia e scoprirà quanto curiosamente, a volte, gli eventi si intreccino.
I fiori rubati: La seconda indagine del commissario Livia è, dopo Vita da sfollati, il secondo lavoro di Silvestra Sorbera che leggo. Di Vita da sfollati mi aveva lasciato perplessa la brevità: ricordo che mi era sembrato di leggere la sinossi di un romanzo e non un racconto autonomo.
Durante la lettura de I fiori rubati ho avuto invece la sensazione che la scrittura dell'autrice fosse maturata: la trama è più strutturata, anche se la conclusione è leggermente incredibile.
Bella la scelta della Sorbera di dedicarsi a tematiche diverse e attuali, come la maternità mancata, il rifiuto di avere un figlio o il desiderio di averlo a tutti i costi: è proprio grazie a questa pluralità di temi che si ha la sensazione di leggere un lavoro che, anche se non può porsi a confronto con i più noti gialli italiani, ha una sua autonomia e una sua struttura.
Anche i personaggi principali - Livia, Angelo e Lorenzo - meritano la lode: hanno un carattere proprio, apprezzabile dai loro gesti e comportamenti. Sarebbe stato interessante vedere approfonditi anche i personaggi secondari.
Unico neo è, a parer mio, la conclusione, che risulta un po' affrettata.
mercoledì 22 giugno 2016
lunedì 20 giugno 2016
Recensione semiseria di "Il magico potere del riordino" di Marie Kondo
Sinossi (da Amazon.it): Un’infinità di oggetti di ogni tipo (abbigliamento, libri, documenti, foto, apparecchi, ricordi…) ci sommergono all’interno di abitazioni e uffici sempre più piccoli e ci soffocano. Col risultato che non troviamo mai quello che davvero ci serve. Nel libro che l’ha resa una star, la giapponese Marie Kondo ha messo a punto un metodo che garantisce l’ordine e l’organizzazione degli spazi domestici… e insieme la serenità, perché nella filosofia zen il riordino fisico è un rito che produce incommensurabili vantaggi spirituali: aumenta la fiducia in sé stessi, libera la mente, solleva dall’attaccamento al passato, valorizza le cose preziose, induce a fare meno acquisti inutili. Rimanere nel caos significa invece voler allontanare il momento dell’introspezione e della conoscenza.
Eh sì, l'ho letto anche io. Giaceva - non letto, e so che se ne sta pentendo - nella libreria di mia mamma, sapevo che nel giro di un paio di giorni mi sarebbe toccato riordinare e ho fatto che incamerarlo.
E ho fatto bene, perché questo libro mi è piaciuto tantissimo. Ma non nel senso che voleva la Kondo, direi. Nel senso che ho finito di riordinare a modo mio e ogni tanto mi prendevo delle pause per leggerlo, rotolarmi dalle risate sul divano e sottolineare le parti più utili aprenderla per il culo ridicolizzare il tutto.
Ma partiamo dall'inizio. Il volumetto si legge in fretta, non è pesante, anche se spulciando alcune recensioni ho notato che molti lettori l'hanno trovato noioso perché l'autrice continua a ripetere due concetti in croce: effettivamente è vero, ma dopo le prime venti pagine ho capito che la lettura andava affrontata solo per cercare gli spunti (per me) comici e ho saltato alcuni passaggi.
La signora Kondo, va detto, mette in ordine le cose dall'età di tre anni: già alla materna leggeva riviste per casalinghe e successivamente tornava a casa da scuola e senza nemmeno togliersi l'uniforme si metteva a riordinare. In alcuni casi le è anche capitato di cadere a terra semisvenuta per aver riordinato troppo. Dopo un po' di tentativi ha individuato il metodo giusto per riordinare e ha iniziato a tenere corsi sul riordino, alcuni dei quali alle SEI E MEZZA del mattino. Va beh.
Forse i suoi genitori avrebbero fatto meglio a portarla da uno psicologo, ma è anche vero che se l'avessero curata non avrebbe fatto tutti i soldi che ha. Detto altrimenti, se la vostra nevrosi può farvi diventare ricchi e famosi datevi una mossa.
Il succo del suo metodo è: buttate tutto ciò che non vi serve e trovate una collocazione per quello che resta. Punto. La selezione va fatta partendo dai vestiti, per poi passare ai libri, alle carte e concludendo con le fotografie e i ricordi, perché ovviamente sono le cose più difficili da buttare.
Per capire cosa buttare e cosa no dobbiamo prendere ogni singolo oggetto in mano e capire se ci fa battere il cuore. Se ci suscita delle emozioni positive va tenuto, altrimenti buttato. E' fondamentale ringraziare tutti gli oggetti che buttiamo, anche il vestito pagato 400 euro e mai messo perchéci stava di merda non ci valorizzava: "Grazie, abito delle balle, che mi hai fatto capire cosa mi sta bene e cosa no!". Ora, io non so se nella cultura giapponese sia normale ringraziare gli oggetti, però a me la cosa suonava leggermente ridicola.
Da sottolineare che i clienti di Marie Kondo al termine del lavoro di selezione si ritrovavano con un numero impressionante di sacchi di immondizia a testa, e "riuscivano a vedere il pavimento". Insomma, a me sarebbe utile riuscire a tagliare il cordone ombelicale con certi feticci inutili ma il pavimento lo vedo benissimo ed è pure molto pulito, per cui forse il suo metodo è adatto soprattutto ai disordinati patologici.
Una volta finito il lavoro di selezione è necessario trovare un posto a ogni cosa, ordinando tutto per categoria, senza nessuna eccezione, mettendo in posizione più accessibile ciò che si usa più spesso.
L'autrice sostiene la non - utilità dei vari sistemi di organizzazione quali divisori e contenitori ma ci invita a utilizzare le scatole delle scarpe e i loro coperchi. A me sinceramente verrebbe male ad avere l'armadio zeppo di scatole di scarpe ma tant'è.
A questo punto saremo persone molto felici perché abbiamo fatto ordine e siamo riusciti a liberarci di ciò che non ci serve. Le nostre stanze saranno belle come camere d'albergo (!!!) e noi prima di andare a dormire sorseggeremo rilassate una tisana come le donne delle riviste.
Non metto in dubbio che un ambiente ordinato giovi al corpo e alla mente, ma sinceramente trovo la celebrazione del potere del riordino un po' eccessiva.
Mi pare anche impossibile che la pigrizia non conduca a ritrovarsi di nuovo con un po' di disordine, ma pare che ai clienti della Kondo non accada.
Di seguito alcuni dei suoi consigli pratici che più mi hanno... colpito.
Eh sì, l'ho letto anche io. Giaceva - non letto, e so che se ne sta pentendo - nella libreria di mia mamma, sapevo che nel giro di un paio di giorni mi sarebbe toccato riordinare e ho fatto che incamerarlo.
E ho fatto bene, perché questo libro mi è piaciuto tantissimo. Ma non nel senso che voleva la Kondo, direi. Nel senso che ho finito di riordinare a modo mio e ogni tanto mi prendevo delle pause per leggerlo, rotolarmi dalle risate sul divano e sottolineare le parti più utili a
Ma partiamo dall'inizio. Il volumetto si legge in fretta, non è pesante, anche se spulciando alcune recensioni ho notato che molti lettori l'hanno trovato noioso perché l'autrice continua a ripetere due concetti in croce: effettivamente è vero, ma dopo le prime venti pagine ho capito che la lettura andava affrontata solo per cercare gli spunti (per me) comici e ho saltato alcuni passaggi.
La signora Kondo, va detto, mette in ordine le cose dall'età di tre anni: già alla materna leggeva riviste per casalinghe e successivamente tornava a casa da scuola e senza nemmeno togliersi l'uniforme si metteva a riordinare. In alcuni casi le è anche capitato di cadere a terra semisvenuta per aver riordinato troppo. Dopo un po' di tentativi ha individuato il metodo giusto per riordinare e ha iniziato a tenere corsi sul riordino, alcuni dei quali alle SEI E MEZZA del mattino. Va beh.
Forse i suoi genitori avrebbero fatto meglio a portarla da uno psicologo, ma è anche vero che se l'avessero curata non avrebbe fatto tutti i soldi che ha. Detto altrimenti, se la vostra nevrosi può farvi diventare ricchi e famosi datevi una mossa.
Il succo del suo metodo è: buttate tutto ciò che non vi serve e trovate una collocazione per quello che resta. Punto. La selezione va fatta partendo dai vestiti, per poi passare ai libri, alle carte e concludendo con le fotografie e i ricordi, perché ovviamente sono le cose più difficili da buttare.
Per capire cosa buttare e cosa no dobbiamo prendere ogni singolo oggetto in mano e capire se ci fa battere il cuore. Se ci suscita delle emozioni positive va tenuto, altrimenti buttato. E' fondamentale ringraziare tutti gli oggetti che buttiamo, anche il vestito pagato 400 euro e mai messo perché
Da sottolineare che i clienti di Marie Kondo al termine del lavoro di selezione si ritrovavano con un numero impressionante di sacchi di immondizia a testa, e "riuscivano a vedere il pavimento". Insomma, a me sarebbe utile riuscire a tagliare il cordone ombelicale con certi feticci inutili ma il pavimento lo vedo benissimo ed è pure molto pulito, per cui forse il suo metodo è adatto soprattutto ai disordinati patologici.
Una volta finito il lavoro di selezione è necessario trovare un posto a ogni cosa, ordinando tutto per categoria, senza nessuna eccezione, mettendo in posizione più accessibile ciò che si usa più spesso.
L'autrice sostiene la non - utilità dei vari sistemi di organizzazione quali divisori e contenitori ma ci invita a utilizzare le scatole delle scarpe e i loro coperchi. A me sinceramente verrebbe male ad avere l'armadio zeppo di scatole di scarpe ma tant'è.
A questo punto saremo persone molto felici perché abbiamo fatto ordine e siamo riusciti a liberarci di ciò che non ci serve. Le nostre stanze saranno belle come camere d'albergo (!!!) e noi prima di andare a dormire sorseggeremo rilassate una tisana come le donne delle riviste.
Non metto in dubbio che un ambiente ordinato giovi al corpo e alla mente, ma sinceramente trovo la celebrazione del potere del riordino un po' eccessiva.
Mi pare anche impossibile che la pigrizia non conduca a ritrovarsi di nuovo con un po' di disordine, ma pare che ai clienti della Kondo non accada.
Di seguito alcuni dei suoi consigli pratici che più mi hanno... colpito.
- Piegate tutti i vestiti che potete. Lasciate appesi solo quelli che vi paiono felici di essere appesi. Gli altri piegateli in modo che stiano in VERTICALE. Ora, o io sono stupida o la Kondo si spiega malissimo, fatto sta che se un'amica non mi avesse mostrato delle foto non avrei mai capito cosa intendeva. In sostanza si tratta di piegare gli indumenti come le commesse di Intimissimi piegano slip e canottiere. Sinceramente dubito che per le polo possa funzionare e soprattutto mi chiedo, come fa chi non ha cassetti? Tutto nelle scatole da scarpe, presumo. Sempre parlando di vestiti, ricordatevi di non appallottolare le calze. Non riescono a riposare.
- Libri: tenetene il meno possibile, solo quelli che vi fanno battere il cuore, gli altri buttateli senza pietà. Anche quelli che non avete ancora letto, perché significa che non li leggerete mai. La Kondo è fortunata che mia mamma appartenga a quelle folli che non buttano i libri prima ancora di leggerli, perché altrimenti avrebbe potuto dire addio al suo quarto d'ora di celebrità su questo blog. In realtà la regina dell'ordine non è sempre stata così estremista coi libri. In passato ha tenuto quelli che contenevano delle frasi che l'avevano colpita. Poi ha deciso di copiare quelle frasi, ma siccome ci voleva troppo tempo ha deciso di strappare le pagine contenenti quelle frasi e di incollarle su un quaderno che nel giro di poco ha buttato perché si è accorta che non le faceva battere il cuore. Chissà come mai.
- Mettete più cose possibile in verticale, comprese le carote che vanno messe nello scomparto delle bottiglie. Non ci è dato sapere dove debbano andare le povere bottiglie...
- Svuotate ogni giorno la borsa, e trovate una collocazione adatta a tutte le cose che contiene, portafoglio compreso. Solo così la povera borsa potrà riposare. Non dimenticate di ringraziarla appena rientrate a casa la sera, perché ha fatto un duro lavoro. A essere sincera, da quando ho letto questo paragrafo ho cominciato a eliminare sistematicamente i "rifiuti" dalla borsa ogni sera e a ricoverare tutti gli spiccioli nel portafoglio, ma svuotarla tutta ogni sera anche no, dai. E se devo uscire di corsa all'improvviso che faccio?
- Non appoggiare niente sulle superfici di cucina e bagno: effettivamente è vero che se asciugassimo e riponessimo sempre i bagnoschiuma faremmo meno fatica a pulire la vasca, però non puoi dirmi, Kondo, che devo asciugare i piatti e le pentole sul balcone al sole. Non puoi dirmelo perché si da il caso che io abbia una lavastoviglie, e soprattutto abito a Schweinfurt, con vicini che fumano e grigliano sotto le mie finestre. E tu abiti a Tokyo, cazzo, a Tokyo! Il sole sarà anche un disinfettante come dici tu ma se ti ritrovi con tre teste sappiamo perché.
Sono stata un po' estrema, qualche buon consiglio c'è. Aiuta a capire che di alcune cose possiamo e dobbiamo davvero liberarci, anche se forse quello che serve davvero è imparare a non comprare fuffa.
Però... :)
Lettura consigliata? Assolutamente sì. Fatevi due risate!
sabato 14 maggio 2016
Recensione di "Più alto del mare" di Francesca Melandri
SINOSSI (da Amazon): “Potevano i visitatori di un carcere speciale essere accolti dalla bellezza del creato? Sì, potevano. E questo era inganno, crudeltà, stortura.”. Asinara, fine anni Settanta. C’è la guerra, in Italia. È tempo di regime duro, tolleranza zero, e l’istituto di massima sicurezza dell’Isola ne è il luogo simbolo. Luisa non lo sa e quando sale sulla nave per far visita a un marito pluriomicida è agitata, sì, ma solo perché non ha mai visto il mare. Paolo invece ne sa fin troppo e, quando torna sull’Isola, quel profumo salmastro gli riporta alla mente le estati al mare con il figlio piccolo. Molto prima che l’orrore della lotta politica irrompesse nelle loro vite. Ma c’è una cosa che Luisa e Paolo hanno in comune: sono soli nel dolore, in un Paese che non può permettersi pietà pubblica per gente come loro. Bloccati sul posto dal maestrale, accettano l’ospitalità di una guardia carceraria, Nitti. Li attende una lunga notte che sembra disegnata dal destino.
Ho scaricato Più alto del mare subito dopo aver finito Eva dorme della stessa autrice, la mia prima lettura del 2016. Come spesso accade ho atteso prima di cominciarne la lettura, perché non amo leggere due libri dello stesso autore uno dopo l'altro. Più alto del mare è stata una piacevole conferma di tutti i pensieri già espressi riguardo la scrittura della Melandri.
Se devo trovargli un difetto, che poi non è tale, è la brevità. Non è tale perché l'opera è perfettamente completa, eppure è talmente coinvolgente che vorremmo che le emozioni si prolungassero ancora per qualche pagina. Mi è già capitato di piangere alla fine di un libro, ma in questo caso - straordinario - mi sono ritrovata a singhiozzare per tutte le ultime 30 - 40 pagine, completamente in sintonia con le emozioni dei protagonisti.
Il soggetto è sicuramente originale: non mi era mai capitato di leggere un romanzo i cui protagonisti fossero i parenti stretti di due carcerati, e mi ha colpito la delicatezza dell'analisi psicologica delle loro emozioni, così simili e così diverse. Paolo va a trovare suo figlio e Luisa suo marito: se non fosse per questo enorme dolore, non avrebbero niente in comune, ex - insegnante lui e contadin alei. Eppure il dolore li unisce, li spinge ad aprirsi l'uno all'altra, e dà vita a momenti meravigliosi, in cui sono le anime ad amarsi, nel senso più puro del termine.
E poi c'è l'altra "faccia" del carcere, rappresentata dalla figura del secondino, Nitti. Un uomo buono, sfiancato dalla durezza della vita in carcere e sull'Isola. E come accade a Paolo, anche per lui l'incontro con Luisa sarà in un certo senso salvifico.
E poi c'è lei, l'Isola, che non è sfondo ma è protagonista. In tutto il romanzo viene chiamata sempre solo così, senza un cenno al suo nome.
E' l'Isola della Prigione per antonomasia, nella quale sul finire degli anni Settanta vengono rinchiusi i detenuti più pericolosi. E' un'isola bellissima, che viene descritta con toni talmente evocativi che ci sembra di percepirne l'odore: di tanta bellezza i detenuti non possono godere, e ce ne ricordiamo per tutto il corso del romanzo. C'è un contrasto netto, tra la "libertà" della natura e la reclusione. Ma non c'è pietismo per la condizione dei carcerati, come non c'è una condanna diretta da parte dell'autrice: sono loro stessi, le loro vicende e i loro cari, i loro giudici.
Breve e incisivo, consigliatissimo.
Ho scaricato Più alto del mare subito dopo aver finito Eva dorme della stessa autrice, la mia prima lettura del 2016. Come spesso accade ho atteso prima di cominciarne la lettura, perché non amo leggere due libri dello stesso autore uno dopo l'altro. Più alto del mare è stata una piacevole conferma di tutti i pensieri già espressi riguardo la scrittura della Melandri.
Se devo trovargli un difetto, che poi non è tale, è la brevità. Non è tale perché l'opera è perfettamente completa, eppure è talmente coinvolgente che vorremmo che le emozioni si prolungassero ancora per qualche pagina. Mi è già capitato di piangere alla fine di un libro, ma in questo caso - straordinario - mi sono ritrovata a singhiozzare per tutte le ultime 30 - 40 pagine, completamente in sintonia con le emozioni dei protagonisti.
Il soggetto è sicuramente originale: non mi era mai capitato di leggere un romanzo i cui protagonisti fossero i parenti stretti di due carcerati, e mi ha colpito la delicatezza dell'analisi psicologica delle loro emozioni, così simili e così diverse. Paolo va a trovare suo figlio e Luisa suo marito: se non fosse per questo enorme dolore, non avrebbero niente in comune, ex - insegnante lui e contadin alei. Eppure il dolore li unisce, li spinge ad aprirsi l'uno all'altra, e dà vita a momenti meravigliosi, in cui sono le anime ad amarsi, nel senso più puro del termine.
E poi c'è l'altra "faccia" del carcere, rappresentata dalla figura del secondino, Nitti. Un uomo buono, sfiancato dalla durezza della vita in carcere e sull'Isola. E come accade a Paolo, anche per lui l'incontro con Luisa sarà in un certo senso salvifico.
E poi c'è lei, l'Isola, che non è sfondo ma è protagonista. In tutto il romanzo viene chiamata sempre solo così, senza un cenno al suo nome.
E' l'Isola della Prigione per antonomasia, nella quale sul finire degli anni Settanta vengono rinchiusi i detenuti più pericolosi. E' un'isola bellissima, che viene descritta con toni talmente evocativi che ci sembra di percepirne l'odore: di tanta bellezza i detenuti non possono godere, e ce ne ricordiamo per tutto il corso del romanzo. C'è un contrasto netto, tra la "libertà" della natura e la reclusione. Ma non c'è pietismo per la condizione dei carcerati, come non c'è una condanna diretta da parte dell'autrice: sono loro stessi, le loro vicende e i loro cari, i loro giudici.
Breve e incisivo, consigliatissimo.
domenica 24 aprile 2016
Recensione di "Le anime bianche" di F. H. Burnett
![]() |
| Fonte: http://panesiedizioni.it/wp-content/uploads/ 2016/01/Le-anime-bianche-F.H.Burnett.jpg |
Come tutti i bambini - lettori, ho amato Il giardino segreto, Il piccolo Lord e La piccola principessa.
Quando ho saputo della traduzione italiana de Le anime bianche mi sono precipitata ad acquistarla.
Si tratta di un racconto lungo, o romanzo breve, nel quale l'autrice esprime le sue convinzioni su ciò che ci attende dopo la morte: al Burnett ha qui cercato di elaborare il lutto per la perdita di suo figlio, facendo emergere una visione della vita affascinante e consolatoria.
Ci sono parecchi punti di contatto tra Le anime bianche e Il giardino segreto: Ysobel è, come Mary, cresciuta nell'isolamento, e la brughiera è una presenza importante, incombente. Se però per Mary era un elemento di disturbo, per Ysobel è quasi una compagnia. E' lì che può succedere di tutto, ed è sicuramente grazie a questo ambiente così magico che Ysobel sviluppa la sua capacità di vedere le anime bianche, capacità che la aiuterà a sopportare con coraggio il dolore per la perdita di chi ama.
E' opera vicina al romanzo gotico, che non racconta ma fa trasparire e percepire la magia. Non perdetevela!
sabato 23 aprile 2016
Recensione de I fantasmi di pietra di Mauro Corona
Sinossi (da qlibri): Un paese abbandonato, silenzioso, fermato in un'istantanea scattata il giorno 9 ottobre 1963, quando il fianco del monte precipitò nell'invaso del Vajont. Eppure quelle case, quelle cucine, quelle stalle sono ancora abitate. E' una popolazione di fantasmi quella che Corona suscita ripercorrendo, casa per casa, le strade che un tempo risuonavano di voci, del rumore degli strumenti di lavoro, della vita di ogni giorno.
Sono tempi difficili questi, per le letture. Tra il lavoro, le lezioni di italiano, e la terribile scoperta che i pavimenti non sono autopulenti e i vestiti autostiranti, mi resta poco tempo per leggere. Ma non rinuncio, e non ci sono momenti più belli di quelli che dedico a un buon libro. Ed è il caso di I fantasmi di pietra.
Di norma mi innervosisco, quando un libro - corto, per giunta - mi dura quasi un mese. Questa volta non è accaduto, anzi. Sarei potuta andare avanti per un anno, a leggere due paginette de I fantasmi di pietra. Perché scorre lento, come le stagioni a Erto. Avrei voluto leggerne un episodio al giorno, per non sentirmi sola una volta giunta alla fine di questo viaggio meraviglioso. Un viaggio nel silenzio, nell'abbandono.
Di casa in casa, attraversiamo Erto vecchia, respirando l´odore di chi lì dentro ha vissuto. Il silenzio della tragedia è sempre lì, non ci abbandona mai. Piccoli spunti polemici non mancano, ma Corona qui è soprattutto nostalgico. E la nostalgia per un paradiso perduto, lo sappiamo, è incolmabile.
Corona ci racconta storie che sono a metà tra realtà e leggenda, che avremmo potuto udire dai nostri nonni. Forse è per questo che a tratti mi sarebbe piaciuto che fosse un audiolibro.
Corona si autocita, e mi ha fatto venire voglia di leggere altro, di perdermi di nuovo in questa atmosfera di sogno.
Li scrive lui, non li scrive lui. È un alcolista, non lo è. Ma chissenefrega. Quando c'è la magia della narrazione c'è tutto.
sabato 20 febbraio 2016
Lo scrittore fantasma - Philip Roth
Da qlibri: Una casa isolata sulle colline innevate del New England. Un grande scrittore, Lonoff, e il suo giovane ammiratore, Zuckerman. Tra di loro la presenza misteriosa di una ragazza che tutti credono morta nell'Olocausto. Le «pretese» della vita e le esigenze dell'arte in uno dei romanzi fondamentali di Roth.
Lo scrittore fantasma, regalatomi da un amico, è stato il mio primo Roth. Ascoltando chi sostiene che l'unico suo vero capolavoro sia Pastorale americana, con buona pace dei suoi estimatori, credo che prima o poi nella mia vita prenderò in mano la Pastorale, ma non posso dire che Lo scrittore fantasma abbia acceso in me la passione per lo scrittore americano.
Non posso dire che non mi sia piaciuto, ma non posso neanche - purtroppo - affermare il contrario. Parte lentamente e il meglio si ha nella parte centrale e in quella finale. Ho sottolineato tanto e inseguito parecchi spunti di riflessioni, sul tema della scrittura e sulla nostra "ricezione" degli ebrei e sulla necessità - da parte di questi - di curare la loro immagine, perché le azioni del singolo diventano automaticamente un qualcosa che caratterizza, con le dovute virgolette, la "razza".
Super affascinante il personaggio di Amy e l'ipotesi su Anna Frank: ecco, lì sì che sono rimasta attaccata alla pagina.
Però... ho avuto l'impressione di aver letto un qualcosa di "troppo" psicologico. E soprattutto di "troppo" spiegato. Mi è parso che ci fosse poco spazio per la riflessione autonoma, che fosse tutto lì, sulla carta.
O magari non ho capito niente, e semplicemente non è la lettura per me. Chi lo sa...
mercoledì 17 febbraio 2016
Su LEGGERE A COLORI: Recensione di "Armadale", di Wilkie Collins

Due
uomini che, pur non essendo parenti, portano lo stesso nome. Le colpe
dei loro padri che gravano su di loro. Una donna bellissima e
malvagia, con un passato misterioso, che viene a sapere della
coincidenza e vorrebbe sfruttarla a suo vantaggio.
Questi,
più la forza dell'amicizia, sono gli ingredienti di Armadale,
da
Eliot definito come Il
migliore dei romanzi di
Collins....
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