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lunedì 13 gennaio 2014

Timor di classico: il (non) coraggio di dire "non mi piace"

E' parecchio diffusa, tra le persone di una certa cultura - cioè che hanno compiuto studi letterari, e hanno letto molto, sia per dovere sia per piacere - la paura di esprimere un parere soggettivo su un grande classico della letteratura.
Spesso, si tende a trincerarsi vero frasi come "non riesco ad apprezzarlo perché non ne so abbastanza, non ho abbastanza conoscenze per capire il contesto culturale di riferimento", pur di non dire "no, non mi è piaciuto". Invece, chi non ha compiuto studi letterari, e si avvicina a questo tipo di letture, ha meno problemi, solitamente, a diree a spiegare, perché non ha apprezzato l'opera in questione.
In "noi" che abbiamo fatto studi classici (mi riferisco a chi ha SCELTO questo tipo di percorso, e l'ha amato), o che abbiamo conseguito una laurea in lettere & affini, è invece vivo una sorta di "timore reverenziale" nei confronti dei classici: la letteratura ci è stata posta su un piedistallo, è un qualcosa da amare e difendere a spada tratta, non possiamo dire che non ci piace, dobbiamo giustificarci.

Non sono d'accordo, mi dispiace. Credo che l'amore per la cultura e la letteratura non debba privarci della nostra autonomia di giudizio (critico): dobbiamo anzi cercare di capire perché non ci piace, perché non è nelle nostre corde. Infatti, al di là delle conoscenze che si possono avere in merito all'argomento trattato, non è detto che tutte le storie - o tutti i modi di raccontarle - siano affini al nostro sentire.
Di Dostoevskij, ad esempio, ho adorato tutti i grandi romanzi, meno uno: I Demoni. Proprio non mi vanno giù. Sicuramente vi è qualche lacuna, non ho le conoscenze necessarie in materia di cultura russa, ma sono l'andamento del racconto, la prosa, a non risvegliarmi nessuna emozione e, di conseguenza, nessun interesse.
Allo stesso modo, ho pianto come un maiale sgozzato (immagine poetica, eh?) leggendo Storia di una capinera, mentre ho detestato I Malavoglia dalla prima pagina all'ultima: il Verismo di Verga non fa per me, quella prosa difficile e involuta non mi cattura, per nulla.  Anche D'Annunzio: Il piacere e L'Innocente (terribile!) sono nell'Olimpo dei miei libri preferiti, mentre La figlia di Jorio...proprio no.
Grande scoperta dell'ultimo anno è stato Sei personaggi in cerca d'autore: letto attentamente, mi ha affascinato. Me lo sono fatto spiegare, subissando il docente di teatro di domande (poverino...), e sono riuscita ad apprezzarlo ancora di più. Mentre, invece, niente da fare per Uno, nessuno e centomila e Il fu Mattia Pascal.

Il prossimo classico in lista è Padri e figli di Turgenev. Mi piacerà?

4 commenti:

Pim ha detto...

Difatti, "La corazzata Potëmkin" è una cagata pazzesca.
E, aggiungo io, "Il Signore degli Anelli" pure. :-)

Giulia Stelladineve ha detto...

Io ho adorato Lo Hobbit, letto per la scuola...
Del Signore degli Anelli ho letto i primi due tomi, poi ho deciso che nessuno mi obbligava, e potevo pure lasciar perdere ;)

Paola Soares ha detto...

Sono d'accordo con il concetto che sta alla base del post, un po' meno con le scelte dei libri (ad esempio, io ho odiato Il piacere di D'Annunzio, Il ritratto di Dorian Gray di Wilde, Agostino di Moravia...). Non mi piace che si debbano creare miti attorno a nulla, il giudizio critico è il motore del perfezionamento dei propri gusti e credo sia assolutamente necessario.

Marcello Loschi ha detto...

Brava Giulietta! Smettiamola di aver paura di dire quello che pensiamo!