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giovedì 8 novembre 2018

Recensione di "Figlie di Fiamma" di Irene Malfatti

Immagine presa da qui
Sinossi (da Amazon): A volte per completarsi occorre perdere un pezzo di sé.
È ciò che scopre Minerva mentre contempla il corpo aggraziato e senza vita della madre al volante della sua auto distrutta.
Attraverso la voce di una donna brillante, seducente e fin troppo padrona di sé, Irene Malfatti ci fa da guida, con intelligente e smaliziata ironia, lungo il percorso dentro se stesse, a caccia delle catene che abbiamo forgiato per imprigionarci, per spezzarle una a una e riemergere all’aria e alla luce.
Abbattendo uno dopo l’altro tabù e luoghi comuni, l’autrice ci mette con disarmante schiettezza di fronte a un universo femminile che probabilmente conosciamo ma che raramente riconosciamo.
Un romanzo che vi commuoverà, vi strapperà sorrisi e risate di cuore, vi regalerà insospettate conferme e vi dimostrerà che per essere donna bisogna “uccidere l’Angelo del Focolare”.

Ho comprato d'impulso il libro di Irene perché ho "scoperto" lei per caso su un gruppo Facebook. Pur non avendo mai interagito direttamente con lei sono rimasta in un certo senso affascinata dal suo modo di porsi e ho deciso che volevo vedere come scrivesse.

Figlie di Fiamma mi ha tenuto compagnia in un paio di pomeriggi particolarmente noiosi ed è stato non tanto una piacevole sorpresa, quanto il piacere di una conferma.
Alla morte della madre Minerva si trova quasi costretta ad affrontare un problema che la accompagna da sempre: non ha mai raggiunto un orgasmo. La ricerca di Minerva non conduce alla soluzione del problema quanto all'individuazione del problema stesso, e il finale rimane parzialmente aperto.
Irene affronta l'argomento "sesso" senza falsi pudori, senza malizie, con un tono diretto, quasi pratico, che è un piacere leggere. Eppure il romanzo è come pervaso da una traccia di poesia, è scritto in una lingua diretta ma quasi magica, che rende facile sia leggere, sia capire che siamo tutte un po' Minerva. Che a Fiamma forse non piaceremmo, che anche noi dobbiamo trovare il coraggio di "uccidere l'Angelo del Focolare" per essere davvero noi stesse. Che non basta liberarsi dalle aspettative degli altri su di noi, ma dobbiamo mettere da parte anche le nostre.

C'è qualcosa di irritante nel pensarsi persone non comuni e sottostare comunque a dinamiche comunissime.

Nel mentre che provo a lavorare su me stessa per capire come fare a smettere di pensarmi e volermi perfetta, spero di leggere altro di Irene. 


lunedì 3 settembre 2018

Recensione: "Il cuore quantistico" di Cristina Vitagliano

Immagine presa dal Web
SINOSSI (da goodreads): William Levante, poeta alle prese con un cervello fiaccato dalla ricerca della perfezione, e sua moglie Eden, pasticcera dotata di un cuore molto speciale, "unico nel genere dei cuori", vivono a Hedgehog, il piccolo borgo che fa da sfondo a questa fiaba nera e surreale. Tra orologi, meccanica quantistica, poesia e atmosfere dolcemente macabre, questo romanzo breve trasporta verso un mondo senza tempo dipingendo una storia d'amore troppo insolita per essere reale...

Di Cristina avevo recensito, ancora su Leggere a Colori, i Racconti fiabeschi del macabro e dell'assurdo, che avevo letteralmente adorato.  Mi sono accosta a questo romanzo con grandissima curiosità e aspettative abbastanza elevate. 
Il cuore quantistico è un romanzo che se venisse scritto da qualsiasi altra persona risulterebbe, in certi dettagli, splatter. Senza ombra di dubbio. 
Si tratta di un racconto fantastico, strano, affascinante, in certi passaggi macabro e grottesco: è proprio in questi passaggi che la delicatezza e la raffinatezza della penna di Cristina riescono a evitare l'effetto splatter e a mantenere il tono del racconto sul piano della magia. 
La storia narrata è particolare e ma non molto articolata: a colpire sono la fantasia dell'autrice, la sua immensa cultura letteraria (e non solo) e la sua straordinaria maestria nel creare ambienti. 
La vicenda si svolge a Hedgehog, un piccolo borgo che pagina dopo pagina prende letteralmente vita sotto i nostri occhi. Ci vengono forniti pochi dettagli caratterizzanti, ma la descrizione di alcuni ambienti e soprattutto delle persone che lo abitano ci fanno sentire in un film di Tim Burton. O forse in Alice nel paese delle meraviglie? O in Hugo Cabret?

Il finale è leggermente scontato ma è l'unico possibile, e il dolce e il macabro si abbracciano in una poesia che, come l'amore vero, non conosce fine. 

E' stato abbastanza scontato, per me, operare un confronto tra i Racconti fiabeschi e Il cuore quantistico: per quanto Il cuore mi sia piaciuto molto, mi sembra che il genere letterario del racconto sia quello più adatto a Cristina, perché riesce a creare un "tutto" più completo. 

giovedì 8 marzo 2018

Sentimi - Tea Ranno

Centu uci 'n cuntu

Solitamente apro le recensioni - quando riesco a farne una - con la sinossi del romanzo presa da una libreria online, affinché chi mi legge possa farmi un'idea del romanzo di cui sto parlando. 

Pensare di aprire così anche le mie - poche - parole su Sentimi mi provocava una leggera sensazione di disagio, come se ci fosse un qualcosa di sbagliato, di svilente in quello che mi apprestavo a fare. Ciononostante, ho cercato lo stesso un paio di sinossi online e... no. 

No perché sono fredde, impersonali, sintetiche, legate a una storia, come se questa storia fosse importante nel suo essere tale, nella sua concretezza. 
E qui non c'è una trama concreta, non c'è una storia più importante delle altre, non c'è - o meglio, c'è ma non è rilevante - un fil rouge da seguire per capire ciò che Tea ci racconta. 

L'unica cosa concreta qui, e scusate se è poco, è la sofferenza delle donne. 
La violenza di cui sono vittime. Fisica e non, visibile e non.
Cento voci e un canto. 
Sono cento le anime di donne che si radunano attorno a Tea (ok, alla voce narrante...) per raccontarle la loro storia. Alcune di queste anime le conosciamo e le amiamo già, altre vorremmo abbracciarle appena cominciano a parlare, altre vorremmo spingerle lontane lontanissime appena capiamo di che pasta sono fatte, appena capiamo chi sono, e di cosa sono capaci. 

E' una lettura dolorosa, a tratti insostenibile, la violenza e il dolore ti portano istintivamente ad allontanare gli occhi dalla parola scritta, ma non è girandoci che troviamo la soluzione. 
Non possiamo scappare alla storia raccontata da quelle cento anime. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte al dolore che tante sperimentano ogni giorno nella loro vita, sia esso causato da un uomo o da un'altra donna. 

Il male è presente, è forte, è protagonista. Il dolore è percepibile sulla pelle di noi che leggiamo. Si srotola, una parola dopo l'altra, una voce dopo l'altra, e vediamo quanto può essere lungo il filo di sofferenza che avvolge la vita di certe donne. 

Quest'ultima opera di Tea Ranno è - più delle altre, forse - pura poesia ed evocatività, oltre che amore. Amore verso il prossimo, verso chi soffre, ma soprattutto verso la poesia stessa, che sola può dar voce a quelle cento anime. 

Fatevi un regalo per l' marzo: leggete questo libro, e vogliatevi bene. 
E io, già che ci sono, ne voglio anche a Tea. 

domenica 1 ottobre 2017

Recensione di "Le otto montagne" di Paolo Cognetti

SINOSSI (da Amazon): Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po' scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l'orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia.
Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo «chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l'accesso» ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E lí, ad aspettarlo, c'è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche.
Iniziano cosí estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri piú aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, «la cosa piú simile a un'educazione che abbia ricevuto da lui». Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito piú vero: «Eccola lí, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino». Un'eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno.


Di Cognetti avevo sentito tanto parlare, anche prima che vincesse il premio strega.
Non avevo però mai sentito il desiderio di leggere niente di suo, finché un suo articolo letto non so dove mi ha convinta, e ho deciso di cominciare proprio da Le otto montagne. 
Le otto montagne è un libro che non so definire. Non è, a parer mio, né bello né brutto, per quando odi questi giudizi così netti. Né appassionante né noioso, né lento né veloce...
E' un romanzo profondamente descrittivo ed evocativo. La vita di una montagna che non c'è più (o che pensiamo non ci sia più?) è raccontata con toni così precisi e insieme delicati che sembra di sentire le voci dei pastori al lavoro e il soffio del vento sui pascoli.
Le otto montagne racconta - a tratti - la vita di Pietro e Bruno: è la storia di due amici che, salvo una breve parentesi, si frequentano più o meno tutta la vita, e ciascuno di loro è testimone dei successi (pochi) e delle sconfitte (molte) dall'altro.

Una sorta di sensazione di incompletezza mi ha accompagnata durante tutta la lettura: tale sensazione si è acutizzata dopo essere arrivata al finale, che ho trovato leggermente scontato. Il fatto che fosse l'unico possibile non ha attenuato questa percezione.
Bruno non matura, non cresce, non elabora e Pietro lo fa solo in parte, in maniera a mio avviso non completa, non del tutto soddisfacente. Manca qualcosa alla sua vita, affinché noi possiamo capirla. Così come, a parer mio, manca qualcosa al libro.
Peccato!

sabato 30 settembre 2017

A proposito di... "Seconda generazione", di Howard Fast


Sinossi (da e/o): È qualcosa di più che una vaga sensazione di irrequietezza quella che agita la giovane Barbara Lavette nella caldissima estate di San Francisco del 1934. Sua madre Jean, erede dell’impero finanziario dei Seldon, desidera per lei un destino all’altezza del nome che porta mentre il patrigno, uno dei più ricchi armatori della East-Coast, è disposto a pagare i migliori college di New York pur di tenere alla larga quella ragazzina e le sue sciocche idee di equità sociale. Ma Barbara non può dimenticare che nelle sue vene scorre il sangue dei Lavette. Lo stesso di suo padre, Danny, che era stato uno degli uomini più ricchi della California prima di liberarsi del suo patrimonio per inseguire una vita più semplice e autentica. Quando sul fronte del porto scoppiano gli scioperi che insanguineranno la città, Barbara capisce che non può tollerare la repressione ordinata dal patrigno e che è venuto per lei il tempo di cercare il suo posto nel mondo. Lo trova a Parigi, in qualità di corrispondente per una raffinata rivista newyorchese. E fra le braccia di Marcel, giornalista di Le Monde. Ma presto la Storia travolge ogni cosa. La guerra civile spagnola le porta via il suo pri- mo grande amore, ferito durante una spedizione al seguito delle Brigate Internazionali. Ed è forse per dimenticarlo che poco dopo Barbara, investita di una missione segreta, si reca nella Berlino nazista dove si decidono le sorti dell’Europa. Nel frattempo, a San Francisco, suo fratello Tom scopre nel patrigno un interlocutore molto interessato alle sue idee sul futuro della fortuna dei Seldon e comincia a ordire una trama per tagliare Barbara fuori dall’impero economico di famiglia...

Ho letto Seconda generazione di Howard Fast un po' per caso, dopo averlo preso dalla libreria di mia mamma. Il primo volume della saga, Il vento di San Francisco, mi era piaciuto ma non in maniera così estrema. Qualcosa, nello sviluppo dei personaggi, nello sfondo socio-politico, non mi aveva particolarmente convinta.
O forse la mia pressoché completa ignoranza della storia e della politica americane mi avevano reso il romanzo leggermente estraneo.

Mi sono quindi avvicinata a Seconda generazione con un po' di scetticismo, ma mi sono dovuta ricredere.
Si tratta di un romanzo semplicemente bellissimo. In primo piano non abbiamo più Daniel Lavette, bensì sua figlia Barbara: un personaggio complesso e ricco di sfaccettature, che non esista a vivere a pieno la sua vita, cercando di scrollarsi addosso l'etichetta di "figlia di ricchi"; senza però perdere mai la consapevolezza della sua identità, del suo attaccamento alla famiglia.
Barbara lascia San Francisco e va a vivere prima a Parigi, per poi ritrovarsi quasi suo malgrado nella Germania nazista prima e nei paesi arabi come corrispondente di guerra. Il bisogno di tornare a casa sarà però sempre forte: questo, insieme alla perdita di un amore e all'essersi ritrovata faccia a faccia con la guerra, la porteranno a tornare a San Francisco, per restare.

Dan Lavette è invecchiato, è maturato: chi se ne è innamorata leggendo Il vento di San Francisco non può non amare questo Dan più grigio ma più adulto, che attraverserà un lutto importante e arriverà a capire i limiti di alcune sue scelte. Straordinaria la figura del suo terzo figlio Joseph, avuto da May Ling: è una perfetta mescolanza tra la sensibilità e la dolcezza della madre e la determinazione del padre.

Anche Jean Seldon, la prima moglie di Dan, ritorna in scena: si tratta di un personaggio che nel primo volume avevo molto amato, e che mi era parso fosse un po' penalizzato dall'autore. Qui dà il meglio di sé, e mi sono ripresa completamente dalla delusione.

E' già uscito il terzo volume della saga, e io non vedo l'ora di tornare in Italia per appropriarmene!

venerdì 29 settembre 2017

Recensione di "Il rumore del tramonto" di Chiara Brambilla

SINOSSI (da Amazon): Una lettera che unisce passato e presente.
La storia di Micol.
Un viaggio alla scoperta di quello che c'è in ognuno di noi.
Micol è una ragazza che non si fa coinvolgere dalla vita, vive come una spettatrice, senza diventarne mai protagonista.
Improvvisamente Sebastiano, il suo adorato nonno muore, e questo lutto la fa sprofondare in una cupa malinconia.
Ma ecco che suo nonno, che bene la conosceva e comprendeva la sua paura di vivere, le lancia una sfida.
Attraverso una lettere scritta pochi giorni prima di morire le invia degli indizi e le lascia una misteriosa chiave.
Che porta aprirà quella chiave?
E così Micol con suo fratello Alberto e sua sorella Carlotta inizia un viaggio alla scoperta della Maremma e di Pitigliano, scoprendo un passato doloroso che ha visto protagonista suo nonno durante la seconda guerra mondiale.
Chi è la misteriosa donna che torna dal passato e che conosceva Sebastiano?
Un viaggio che la farà crescere, che la farà innamorare, ma soprattutto che le insegnerà a credere sempre nella vita.

Capita, che mentre ci si trova nel bel mezzo di una lettura impegnativa (La pioggia deve cadere, di Karl Ove Knausgård), ci si lasci attirare da qualcosa di più semplice, più leggero, per trascorrere una giornata d'evasione, di relax. 
Ho scoperto l'esistenza de Il rumore del tramonto per caso, dalla pagina Facebook di un'amica che mi ha prontamente detto che forse non era il libro per me. 

In parte, effettivamente, non lo è. È un'opera prima e si vede. Al di là di alcuni grossolani errori che sono da attribuire ad Amazon che ha curato l'edizione finale, ci sono alcune imperfezioni grammaticali che andrebbero a mio avviso riviste prima della stesura di un nuovo romanzo. 
La trama è indubbiamente originale e appassionante: niente di quanto raccontato mi ha dato l'impressione di essere stato già visto o già letto.
Il rumore del tramonto è una sorta di romanzo di formazione: quella della protagonista Micol, che si vede quasi "costretta" dal nonno a prendere in mano la sua vita e a seguire, forse per la prima volta, la sua volontà. 
Il romanzo tratta anche della formazione - nel senso di crescita - di alcuni rapporti: quello di Micol coi suoi fratelli, con la madre, e con il suo nuovo fidanzato.
Nella trama e nell'introspezione psicologia dei personaggi non mancano le ingenuità: sarebbe bello se l'autrice si sforzasse, nel prossimo romanzo, di "mostrarci" maggiormente le emozioni e i sentimenti dei personaggi, senza sentire il bisogno di descriverceli. 


Il finale rimane - com'è giusto che sia - aperto: Micol deve ancora crescere, capire cosa vuole dalla vita, amare sé stessa prima di poter amare qualcun altro. 

domenica 2 aprile 2017

Recensione di "Demelza" di Winston Graham

Sinossi (da Amazon.it): Cornovaglia, 1788-1790. Le nozze tra Ross, gentiluomo dal carattere forte, avverso alle convezioni sociali, e Demelza, bella, brillante, ma figlia di un povero minatore, ha scandalizzato l’alta società locale, che non approva il matrimonio di un nobile con una plebea. E così Demelza, pur facendo il possibile per assumere le maniere di una signora raffinata, fatica a conciliare il mondo da cui proviene con quello cui ora appartiene, e si sente umiliata dai modi altezzosi di chi la circonda. Questo non le impedisce però di stare al fianco di Ross, che si trova ad affrontare la grave crisi economica in cui versa il distretto: l’industria del rame è infatti sull’orlo del collasso a causa di banchieri senza scrupoli, come lo spietato George Warleggan. Mentre dalla Francia soffiano i venti della rivoluzione e il malcontento dei minatori, ridotti alla fame, sembra pronto a esplodere, Ross decide di sfidare i potenti nel tentativo di riportare giustizia e prosperità nella terra che ama, nonostante il rischio di perdere tutto ciò che ha costruito.

Demelza, il secondo volume de La saga dei Poldark, è uscito il 2 febbraio. Ho sempre rimandato il momento della lettura, perché sapevo che poi non sarei riuscita a staccarmene. Grazie :) a un raffreddore ho avuto la possibilità di dedicare una giornata intera a questo libro. Subito dopo, ho acquistato su Amazon Prime Deutschland la prima stagione della serie realizzata dalla BBC e... ho avuto un intero weekend dedicato ai Poldark. A proposito, se qualcuno potesse consigliarmi un modo legale per vedere la seconda stagione, è il benvenuto.


Demelza è quasi completamente incentrato sul personaggio di Demelza, giovane moglie di Ross.
Si tratta di un personaggio che continua a non deludere, come non delude Ross. Dal quale ci aspetteremmo forse di più, almeno nei confronti di Demelza, ma è questa parziale insicurezza a renderlo così vero, così uomo, così affascinante.
Il rapporto tra Ross e Demelza è cresciuto, con la nascita della piccola Julia: non è una relazione perfetta, è nata forse per caso, ma nelle loro battute e nei loro abbracci respiriamo l'amore vero, quello della quiete domestica.
Il finale tragico è leggermente scontato, tuttavia non disturba il piacere della lettura: ho chiuso il libro con la certezza che questi personaggi ci regaleranno ancora tantissime emozioni. Così come ce le regalerà il paesaggio della Cornovaglia, che non è solo sfondo delle gioie e dei dolori dei personaggi.

Attualmente non è dato sapere quando Sonzogno pubblicherà il terzo volume della saga dei Poldark. Penso che questa volta non resisterò, e mi porterò avanti leggendo i prossimi volumi in tedesco :)

giovedì 30 marzo 2017

Recensione di "L'albergo della magnolia" di Lia Levi

Sinossi (da Edizioni e/o): Nell’epoca buia delle leggi razziali del fascismo, la tormentosa passione di un giovane professore ebreo per la bella e indecifrabile Sonia. In verità Sonia rappresenta l’inconsapevole simbolo dell’opposto, l’immagine dorata di una famiglia ricca, altolocata, reazionaria e soprattutto ariana. nell’impari lotta, il giovane ebreo imboccherà la strada senza ritorno del cedimento per entrare nel geloso nucleo che in realtà non lo vuole. Un romanzo che senza esitazioni conduce il lettore verso l’alto, a seguire una passione assoluta, e poi verso il basso, a scendere i gradini del compromesso umiliante e doloroso.

L'albergo della magnolia è il mio secondo libro "per adulti" di Lia Levi, dopo Tutti i giorni di tua vita.
Questa lettura mi ha lasciato purtroppo un po' freddina. La storia raccontata è estremamente drammatica: è la storia di una solitudine atroce. Di un uomo che, nonostante creda di avere una famiglia e una moglie che lo ama, è completamente solo con se stesso. Così solo che finirà per accettare un compromesso orrendo, facendolo sì per amore, ma soprattutto perché non gli è stata data scelta. E lui pensa di non averla. 
Una storia straziante, con un finale di speranza che però...non basta. Non basta a farci perdonare Dino per quello che (non) ha fatto, non basta a farci vedere la luce in tutta quella cattiveria, in tutta quella aridità.
Mi sono chiesta quante storie come questa siano veramente accadute, nell'Italia delle leggi razziali. Non mi so dare una risposta, e forse non me la voglio dare. 

Però...lo stile dell'autrice è diverso da quello a cui ero abituata, forse perché cerca di dar voce a un uomo. E' come se ci fosse una...pellicola, tra il racconto e le emozioni della voce narrante. Come se quelle emozioni non sapessero o non potessero venir fuori. Come se Dino sentisse tutto come se lui fosse isolato dalla sua vicenda, e forse - certamente - è così, ma il risultato è che mi sono sentita estranea anche io a tutto quel dolore.
Peccato!

sabato 25 febbraio 2017

"La scuola cattolica" di Edoardo Albinati

La scuola cattolica di Albinati ha vinto il premio Strega 2016. Sapevo questo e poco altro di questo romanzo, e non mi interessava particolarmente leggerlo, finché un'amica non ha espresso su Facebook il desiderio di comprarlo.

Il suo post mi ha incuriosita e mi sono fatta comprare questo romanzo. La mole non mi ha scoraggiata, e tanto meno le numerose recensioni negative che ho letto su Anobii: presuntuosetta come sono, ho pensato: "Mi piacerà tantissimo, e vorrà dire che sono molto più colta di tutti questi ignorantoni che lo recensiscono negativamente".

Arrivata al fondo posso dire che sì, mi è piaciuto tantissimo. Ma non posso certo dire che tutti gli scettici siano degli ignoranti :)

La scuola cattolica è un romanzo pesantissimo. E non solo nel senso "materiale" del termine (1294 pagine, ricordiamolo!). L'autore ha una leggera tendenza a ripetersi, ad autocitarsi, a tornare sempre sullo stesso argomento, quasi a volerci dimostrare di aver, con le sue analisi, centrato il punto. Questo è, a parer mio, uno dei grandi punti deboli di questo romanzo.
La scuola cattolica parla, in teoria, del Delitto del Circeo. In pratica parla di questo fatto di cronaca  nera e di tutto il resto.

Tutto il resto?

Sì, tutto il resto. La famiglia, la società italiana negli anni Settanta, il sentimento religioso, l'(omo)sessualità, la violenza (sulle donne), la scuola, l'amicizia, la Chiesa, la criminalità, la gente che parcheggia in doppia fila.

Un romanzo di 1294 pagine ti accompagna per un importante numero di giorni. Un romanzo come questo, che fa riflettere su...tutto, fa sì che tu confonda i tuoi pensieri con la parola scritta. Proprio stamattina mi chiedevo se fossi stata io ad aver pensato, in queste settimane, alla difficoltà che provavo da bambina prima delle Confessioni - difficoltà che aggiravo inventandomi i peccati - o se fosse una riflessione di Albinati, che poi era diventata mia perché, in fondo, è mia. Si è creato una sorta di cortocircuito tra vita e romanzo, perché in quel romanzo c'è la vita.

La scuola cattolica non narra una storia nel senso canonico del termine. Albinati racconta - parzialmente - la sua vita e analizza la società inserendo lunghissime digressioni tra un passaggio e l'altro. Il ritmo del racconto è estremamente lento, per non dire assente. Le sue riflessioni si dilatano per pagine e pagine, e spesso una sfocia nell'altra, e via fino a (quasi) l'infinito.
Questo è sicuramente un elemento che può scoraggiare tanti lettori, perché secondo me le seghe mentali digressioni o si amano o si odiano.

Ho riflettuto tanto, leggendo questo libro. Mi sono chiesta come si vivesse 40 anni fa, e mi sono immaginata mia mamma bambina in una casa simile a quella evocata da Albinati.

Ho amato moltissimo questo libro, che è - a mio modestissimo parere - un monumento alla società italiana moderna, con i suoi pregi (pochi) e difetti (tanti).

Piccolo particolare, non trascurabile: l'autore scrive da Dio, ed è un mostro di sincerità e acutezza.

sabato 7 gennaio 2017

I più amati del 2016

Il mio 2016 è stato un anno bellissimo. Mi sono sposata e ho fatto un viaggio meraviglioso.

Il 2016 è stato anche il primo anno in cui, a parte una piccola e soffertissima pausa, ho lavorato. E la quantità delle letture ne ha risentito. Fortunatamente non la qualità, anzi. L'avere poco tempo mi ha aiutata a scegliere meglio, e a dedicare tempo solo a ciò che mi ispirava davvero.

In ordine sparso, i 10 libri più amati del 2016.

Exit - Alicia Giménez Bartlett
I fratelli Aschkenazi  - I. Singer
Ross Poldark - Winston Graham
Bruges la morta - Georges Rodenbach
Tutti i giorni di tua vita - Lia Levi
Più alto del mare - Francesca Melandri
Mia cugina Rachele - Daphne Du Maurier
L'isola dell'infanzia - Karl Ove Knausgard
l Capitan Fracassa - Théophile Gautier
Eva dorme - Francesca Melandri

venerdì 6 gennaio 2017

Recensione di "Dove la storia finisce" di Alessandro Piperno.

SINOSSI: Quando Matteo Zevi è improvvisamente fuggito in California per sottrarsi alle rappresaglie di uno strozzino, la vita della sua famiglia ne è stata sconvolta. Ora, vent’anni dopo, il suo ritorno altrettanto improvviso minaccia di portare turbamenti perfino maggiori. Perché mentre lui viveva il suo involontario esilio a Los Angeles, la vita di sua moglie, sua madre e i suoi figli è andata avanti, raggiungendo un nuovo, almeno apparente, equilibrio. (...) E mentre ognuno è impegnato a dipanare faticosamente il filo della propria esistenza, la Storia si appresta a irrompere nella quotidianità, inaspettata e terribile.

Partiamo dalla doverosa premessa che io di Piperno leggerei e venererei pure la lista della spesa.
Con le peggiori intenzioni è stata la medicina grazie alla quale ho superato un'ossessione amorosa morbosa che durava da anni. Scoprendo che anche altri soffrono delle stesse ossessioni, a volte.
Dove la storia finisce era il primo titolo della lista di libri che ho chiesto di ricevere per Natale, ed è stato anche il primo che ho divorato. Peccato che Piperno sia così lento a scrivere, accidenti a lui.

Come sempre, Piperno ci racconta la storia di una famiglia (allargata, diciamo). Relazioni famigliari rese ancora più complesse dalla figura di un marito-padre che - dopo essere stato lontano per anni - torna improvvisamente, non da tutti e del tutto desiderato. Mentre il figlio maggiore si prepara ad affrontare la paternità e la figlia minore sperimenta una crisi matrimoniale connessa con un'ossessione amorosa. Argomento che, a mio modesto parere, Piperno maneggia alla grandissima.

I personaggi sono eccezionali, come sempre. Si svelano a poco a poco, regalandoci sorprese anche verso la fine, anche verso l'ultima pagina. Mentre alla penultima la storia si disintegra, finisce, sotto i colpi della cattiveria del Caso, e soprattutto di chi è estraneo a questa "storia" e finisce per rendere tutti, più nolenti che volenti, protagonisti della "Storia". E' un finale distruttivo, quello di quest'ultimo Piperno. Roba che in confronto l'epilogo di Il fuoco amico dei ricordi è Topo Gigio.
Un finale forse troppo rapido, in seguito al quale ciò che può ricomporsi si ricompone, e solo in un caso ci riserva una sorpresa. Non c'è ottimismo: alcune cose non si posso aggiustare. Se non arrivasse la distruzione, finirebbero con l'autodistruggersi, e sarebbe forse peggio. Questo è quello che sono arrivata a pensare, nonostante debba ammettere che la prima reazione è stata "perché?".
In sostanza, non sono pienamente soddisfatta. Ho come la sensazione che ci sia un che di non concluso, non spiegato. O forse di non capito, più probabilmente.

Un cenno merita anche l'ambiente in cui si svolge tutta la storia: una Roma bellissima, e al suo interno la cerchia di ebrei romani. Ebrei che spesso non sono tali, visto che lo sono per parte di padre. Ebrei che rispettano i riti imposti dalla loro religione, e allo stesso tempo non sembrano darle troppa importanza. Fino alla scelta finale, che è una non-scelta. La scelta di un rifugio, che tale non è.

Recensione piena di dubbi, di contrasti e di retorica, per un romanzo pieno di dubbi, contrasti e retorica :)

sabato 19 novembre 2016

A proposito di... Jamaica Inn, Daphne Du Maurier

Sinossi (da Anobii): All’inizio dell’Ottocento, Mary Yellan, giovane orfana di belle speranze e di avvenente aspetto, giunge al Jamaica Inn, una locanda tra i picchi e le scogliere della Cornovaglia, terra, all’alba del nuovo secolo, di pietre e ginestre rachitiche, di pirati e predoni.Dopo la morte della madre, l’unica parente rimasta alla ragazza è la zia Patience, proprietaria della locanda insieme col marito Joss Merlyn. Nel viaggio attraverso la brughiera selvaggia della Cornovaglia, Mary ha immaginato il Jamaica Inn come un accogliente rifugio, una dimora degna di quella zia che, da bambina, le appariva leggiadra come una fata con le sue cuffie ornate di nastri e le sue gonne di seta.Il suo sgomento è grande, dunque, quando scopre che la taverna è un covo di vagabondi, bracconieri, furfanti e ladri della peggior specie, e che della zia Patience, giovane donna vanitosa e piena di vita, non è rimasto nulla. Al suo posto c’è una povera creatura sfiorita, terrorizzata da un uomo gigantesco e brutale: suo marito, Joss Merlyn. Mary Yellan scapperebbe subito da quell’edificio buio e malmesso, dove nessun avventore oserebbe mai mettere piede, se non fosse per lei un punto d’onore difendere la zia dalle angherie di Joss, e se la sfida con quell’uomo violento, sorta forse dalla segreta, inconfessabile affinità sempre esistente tra caratteri forti, non la solleticasse. Quella taverna, dove si danno appuntamento i peggiori sgherri della Cornovaglia, è soltanto il porto di traffici illegali tra la costa e il Devon o è qualcosa di peggio, qualcosa che oltrepassa la stessa enigmatica figura di Joss?

Di Daphne Du Maurier ho adorato Rebecca la prima moglie e Mia cugina Rachele (forse ancora di più). Quando una carissima amica mi ha regalato Jamaica Inn mi ci sono quindi fiondata e l'ho divorato in una settimana, finendolo nel corso di una rilassantissima giornata alle terme. Mi sono presa del tempo prima di scrivere la recensione, perché mi ha lasciato in una stato di "esaltazione" per la velocità con cui l'ho letto e  la velocità di sviluppo della trama, per quanto il finale sia purtroppo un po' scontato.

A mente fredda, è sicuramente un'opera meno completa e affascinante,  se confrontata con altre della Du Maurier. . La brevità e la "velocità" che contraddistinguono la trama non lasciano purtroppo il tempo necessario a "calarsi" dentro il romanzo. Tuttavia, le descrizioni sono vividissime e l'atmosfera della brughiera della Cornovaglia non ha nulla da cui invidiare a quella di Manderley anche se, purtroppo, un incipit come "Sognai l'altra notte che ritornavo a Manderley" ce lo sogniamo, e mi si perdoni il gioco di parole. Però Rebecca è Rebecca, anche grazie al cinema

Passando ai personaggi, ho trovato Mary un po' troppo piatta, mentre Jem e il parroco di Altaturn sono assolutamente meravigliosi: il primo così vero e genuino, e il secondo così falso e freddo... Sembrava davvero di averli davanti agli occhi.
Lo zio di Mary, Joss, non ci incute nessuna paura, anche se viene descritto come un uomo collerico, malvagio e dalla fisicità possente: noi lo vediamo con gli occhi di Mary, che fin dal primo momento decide di non lasciarsi intimorire. La grandezza della scrittura della Du Maurier sta tutta qui, e scusate se è poco: ci fa SENTIRE le sensazioni dei personaggi, i loro sentimenti, e il freddo e l'umido della brughiera sulla pelle.

Jamaica Inn è una lettura che mi sento di consigliare: si tratta di un romanzo avvincente e, se non la conoscete già, vi farà venire voglia di sapere di più sull'opera della Du Maurier.






sabato 5 novembre 2016

Su Leggere a colori: Recensione di "Bruges la morta" di Georges Rodenbach


Hugues Viane è vedovo. Ogni suo gesto e ogni suo pensiero ruotano intorno a questa sua condizione: la sua giovane e bellissima moglie è morta e lui, incapace di elaborare il lutto, vive nel ricordo, crogiolandosi in un morboso dolore.

Insieme alla moglie, Hugues ha vissuto una vita allegra, viaggiando da una città europea all’altra. Sono passati anche da Bruges, che li ha colpiti per la sua cupezza e austerità: una città “morta”, quindi. È proprio per questo che Hugues, dopo la scomparsa della moglie, la sceglie per stabilirvisi: una città morta è perfetta per accogliere il suo dolore e per vivere la sua vita, che tale non è.

Continua a leggere la mia recensione di Bruges la morta su Leggere a colori!

domenica 11 settembre 2016

Recensione di " di Ross Poldark" di Winston Graham

Sinossi (da Amazon): Cornovaglia, 1783. Ross Poldark, figlio di un piccolo possidente morto da poco, torna a casa, esausto e provato, dopo aver combattuto per l’esercito inglese nella Rivoluzione americana.  Desidera soltanto lasciarsi il passato alle spalle e riabbracciare la sua promessa sposa, la bella Elizabeth. La sera stessa del suo arrivo, però, scopre che, anche a causa di voci che lo davano per morto, la donna sta per convolare a nozze con un altro uomo. Non solo: Nampara, la casa avita, si trova in uno stato di abbandono, cui ha contribuito anche una coppia di vecchi servi, fedeli ma ubriaconi. Devastato dalla perdita del suo grande amore, Ross decide di rimettere in sesto Nampara e di concentrarsi sugli affari che il padre ha lasciato andare a rotoli, tornando a coltivare le terre e lanciandosi nell’apertura di una nuova miniera. Viene aiutato dall’affezionata cugina Verity, dai due servi e da Demelza, una rozza ma vivace ragazzina che ha salvato da un pestaggio e che, impietosito, ha preso a lavorare con sé come sguattera. Nella terra ventosa di Cornovaglia – aspra quanto la vita dei suoi minatori, percorsa dai fremiti di nuove sette religiose e afflitta da contrasti sociali – si intrecciano i destini dei membri della famiglia Poldark, primo fra tutti il forte e affascinante Ross, ma anche della gentile Verity, di Elizabeth, tormentata da segrete preoccupazioni, e di Demelza che, diventata una bellissima donna, è determinata a conquistare il cuore dell’uomo che le ha cambiato la vita.

Negli ultimi tempi, a causa del lavoro e dei corsi di italiano, ho trascurato la lettura e i gruppi dedicati ai libri. Appena prima di partire per una meritatissima vacanza a Creta, ho fatto un giro su Facebook e mi sono lasciata ispirare da una recensione di Ross Poldark. 
Ultimata la lettura mi sono informata, e ho scoperto che il personaggio è già relativamente famoso in Italia, grazie a una serie prodotta dalla BBC e trasmessa nel nostro Paese verso la fine degli anni Settanta.

Ross Poldark è uno di quei libri che dà dipendenza. Che vuole essere letto subito fino alla fine, salvo poi centellinare le ultime pagine pensando: "cacchio, poi è finito e mi tocca aspettare il prossimo volume". Si tratta infatti del primo di una serie di dodici volumi, che verranno per la prima volta tradotti integralmente in italiano da Sonzogno: non è ancora noto quando uscirà il prossimo libro.
Ross è un personaggio bellissimo, del quale è impossibile non innamorarsi: coraggioso, sprezzante delle convinzioni sociali, equilibrato e appassionato. Anche gli altri personaggi principali sono speciali, ciascuno a modo loro, e i secondari costituiscono un microcosmo interessante, che restituisce un bello spaccato di quella che doveva essere la vita in Cornovaglia alla fine del Settecento.

Il ritmo della narrazione è incalzante, le descrizioni romantiche e i dialoghi verosimili e a volta spassosi.

... Cosa state aspettando?!

domenica 21 agosto 2016

Il giardino al chiaro di luna - Corina Bomann

Sinossi (da Giunti):Mentre la neve ricopre Berlino con il suo manto candido, la giovane antiquaria Lilly Kaiser osserva i passanti transitare davanti alla vetrina del negozio, in attesa di rientrare finalmente a casa. A un certo punto, però, un uomo anziano varca la soglia e le consegna un prezioso violino, sostenendo che le appartiene. Scossa da quella visita, Lilly apre la custodia e trova uno spartito dal titolo “Giardino al chiaro di luna”. La curiosità cresce, insieme all’attrazione per quell’antico strumento. Con la complicità di Ellen, amica d’infanzia ed esperta restauratrice, e di Gabriel, affascinante musicologo, Lilly inizierà un viaggio che la porterà prima a Londra, poi in Italia, e infine nella lontana e selvaggia isola di Sumatra, sulle tracce di due enigmatiche violiniste scomparse molti anni prima.
Quale segreto si nasconde nella storia del violino? Per quale motivo è finito nelle sue mani? E cosa ha a che fare tutto questo con lei?


Durante un'estate per me particolare, trascorsa quasi interamente da sola a Valtournenche, avevo letto L'isola delle farfalle di Corina Bomann, e mi aveva lasciato una piacevole impressione. Sia chiaro: stiamo parlando di romanzi rosa, leggeri, rilassanti. Niente di impegnativo.
Da quando padroneggio il tedesco ho cominciato a leggere questo genere di romanzi esclusivamente in lingua tedesca, al fine di unire l'utile al dilettevole, che in questo caso è particolarmente utile essendo la Bomann un'autrice tedesca.

Come già L'isola delle farfalle, Il giardino al chiaro di luna è costruito sull'alternanza tra presente e passato, espediente narrativo che personalmente adoro. La vicenda si svolge tra Londra, Berlino e Sumatra, tra gli anni 20 e il presente di Lilly. 
Protagoniste sono Lilly, nel presente, e Rose, nel passato. Rose è una violinista famosissima, che all'apice della sua carriera sparisce: grazie alle indagini di Lilly e Gabriel scopriremo perché. 
Lilly è vedova, e grazie a questa vicenda capirà di essere finalmente pronta ad amare di nuovo. 
La narrazione è incalzante e piacevole, mai noiosa. Nonostante la storia di Rose sia molto triste, non c'è traccia di patetismo, anche se verso la fine la lacrimuccia arriva.

Se, come me, dovete ancora partire per le vacanze al mare, la Bomann può essere una compagnia piacevole!

giovedì 14 luglio 2016

Recensione di "Sono qui per l'amore" di Silvestra Sorbera

SINOSSI: (da liberolibro): Il romanzo, ambientato tra Torino e Borgaro racconta la storia di Massimo, pacato avvocato e Martina, eccentrica giovane donna. Tra i due c’è una differenza d’età non indifferente tanto che Massimo, seppur innamorato, ha paura di iniziare una relazione con la giovane. L’amore trionfa, almeno in parte. Massimo e Martina si sposano, hanno tre figli, Massimo è un brillante avvocato e un buon politico, è l’uomo che ogni donna vorrebbe ma Martina è stanca e così arriva la sua nuova vita. Il suo amore che deve difendere in un aula di tribunale.


Sono qui per l'amore è il terzo lavoro di Silvestra Sorbera che ho il piacere di leggere, e come sempre rimango stupita dall'ampia rosa di temi che nello spazio di poche pagine l'autrice riesce a trattare. Premetto che, per evitare di fare spoiler, non menzionerò quello forse più importante di tutti.
Il romanzo si apre in un'aula di tribunale: Massimo e Martina stanno dibattendo per la custodia dei figli. Sappiamo quindi fin dall'inizio quale sarà - purtroppo - il punto di arrivo della loro storia. Comincia così la narrazione a ritroso, attraverso la quale "assistiamo" ai primi appuntamenti tra Massimo e Martina, al loro matrimonio, alla nascita dei figli e alla loro crisi.
Il tema della vita di coppia è quindi centrale nel romanzo: vita di coppia resa particolare dalla differenza di età che separa  due sposi. L'autrice è ben lungi da esprimere un giudizio sull'argomento, ma lo sguardo con cui contempla tutte le possibili difficoltà è molto acuto.
Martina rimane incinta prestissimo, e la voglia di dedicarsi alla sua prima bambina la porterà a rinunciare gli studi, attirando su di sé le critiche dei genitori e dei suoceri. L'arrivo degli altri figli farà sì che la sua condizione di "mamma - casalinga" si fossilizzi ancora di più, portandola a una sensazione di perenne insoddisfazione e inquietudine che, unita alla sempre più frequente assenza di Massimo dovuta a impegni lavorativi e politici, farà sì che un nuovo incontro la colga in un momento di fragilità, e la aiuti a conoscere veramente se stessa.

Martina rimane in casa per occuparsi dei figli, e il marito la incoraggia: è un uomo profondamente "vecchio stampo", contento di avere una moglie giovane e bella, da poter anche esporre quando decide di darsi alla carriera politica. Anche qui, l'autrice lascia a noi il compito di farci un'opinione sulle scelte della coppia. Personalmente ho trovato il personaggio di Massimo egoista, mentre Martina mi è parsa statica, incapace di prendere una decisione, sempre in balia degli eventi.
E' una donna che a soli trent'anni si accorge di essere invecchiata: credo sia un rischio connesso con il mettere su famiglia troppo presto. 
La sua insoddisfazione la condurranno a costruire una relazione con una persona che sicuramente nutre per lei dei veri sentimenti, ma che la Sorbera non riesce a rendere simpatica: mi sono chiesta più volte se Martina si sia davvero innamorata, e se abbia scoperto una parte di sé che non conosceva, o se semplicemente si sia lasciata anche questa volta trasportare dagli eventi, mossa da una profonda inquietudine che è incapace di elaborare. 

Sono qui per l'amore è un romanzo che mostra - ancora - i progressi dell'autrice, il cui amore per la scrittura è notevole. Facendo però un confronto con La seconda indagine del commissario Livia ho trovato i dialoghi di questo romanzo meno ben riusciti, e anche il personaggio di Martina, come la sua non - scelta finale, potrebbero essere più convincenti. 


venerdì 8 luglio 2016

Recensione: "Tutti i giorni di tua vita" di Lia Levi

Sinossi: (dal sito di edizioni e/o): Una grande saga famigliare dagli anni Venti ai nostri giorni. Un padre, una madre e due figlie che si troveranno a impersonare due diversi destini, quello dell’impegno politico antifascista l’una, quello della docilità e della sconfitta l’altra. E una miriade di altri personaggi a comporre il vasto tessuto: un’attrice protetta dal Regime e che diventerà delatrice, una sarta fascista, una sprovveduta servetta di campagna, un genero di un’altra classe sociale, zii, cugini… La piccola storia quotidiana, fatta di amori, ribellioni, affetti e tradimenti, all’ombra di una Storia che incomberà sempre di più, irrompendo nelle vicende individuali fino a determinarle.


Fino a un mese fa, Lia Levi per me era solo la "mamma" di Brunisa di Una valle piena di stelle e Da quando sono tornata, due libri che nel corso della mia infanzia e prima adolescenza ho letto più volte, perché profondamente diversi dai "soliti" libri sulla guerra e sull'Olocausto che ci davano da leggere a scuola.
Tutti i giorni di tua vita è arrivato a casa mia grazie a un'amica tanto cara, che ha pensato di regalarlo a mia mamma, alla quale - a mia volta - l'ho sottratto.
In un momento un po' particolare della mia vita, questo libro mi ha fatto riscoprire il piacere di prendermi del tempo solo per me e di dedicarmi solo e unicamente alla vicenda raccontata, senza prestare attenzione a pensieri disturbanti.

Tutti i giorni di una vita racconta la storia di una famiglia - ebrea - dagli anni Venti in avanti.
Valfredo si trasferisce con la moglie e le due figlie già grandi, Regina e Corinna, in un appartamento buio al piano rialzato di un condominio di Roma. Appartamento rimasto a lungo invenduto, proprio perché poco luminoso e triste.
Tuttavia per Valfredo e la sua famiglia quella casa sarà un rifugio pronto ad accogliere tutti e a custodire i loro segreti. Attorno a questo nucleo famigliare ruota una serie infinita di personaggi: primi fra tutti i parenti, poi i mariti di Regina e Corinna, la sarta fascista, l'attrice nevrastenica e crudele e la cameriera più ingenua e sfortunata che si possa trovare.
Al centro di questo meraviglioso affresco ci sono loro, Regina e Corinna. L'una forte e indipendente tanto quanto l'altra è scialba e indecisa. Due figure che impersonano due diversi modi di reagire alle avversità della vita: con la lotta, oppure con la paura e la rassegnazione, insieme alla speranza che non succeda mai nulla a "noi". Impersonano anche due modi di vivere il rapporto con la famiglia: da un lato l'affermazione delle proprie volontà e dei propri desideri unito all'affetto filiale e fraterno, dall'altro il rifiuto di crescere, di assumersi le proprie responsabilità e di accettare che ora tocca a "noi" vivere, e non a chi "si occupa" di noi.

Sullo sfondo della storia delle due ragazze, e di tutti gli altri, c'è la Storia, quella con la S maiuscola, quella che abbiamo studiato a scuola. Storia che vediamo per così dire dall'interno. Prendiamo coscienza degli eventi insieme a Valfredo e alla ragazze. Assistiamo con un misto di rabbia e timore alla fascinazione di Valfredo per Mussolini, alla proclamazione delle leggi razziali, quando ancora qualcuno della famiglia pensa che non riguardi "proprio loro". Atteggiamento che possiamo definire non tanto ebraico quando, purtroppo, profondamente italiano. Questo immobile guardare gli eventi, sperando che questi passino senza toccarci troppo, o che comunque non arrivino mai a riguardarci.
E' - in fondo - l'atteggiamento di Corinna, in stridente contrasto con quello di Regina e di sua figlia Anna, che per reazione si avvicinerà all'Ebraismo più di quanto gli altri membri della famiglia non abbiano mai fatto.

Tutti i giorni di tua vita è un romanzo che non può lasciare indifferenti. La farfalla nera che vola per le stanze dell'appartamento ogni qualvolta che arriva una brutta notizia vola anche davanti ai nostri occhi, mentre verso la fine cerchiamo di trattenere le lacrime.


mercoledì 22 giugno 2016

Recensione: "I fiori rubati: la seconda indagine del commissario Livia" di Silvestra Sorbera

Trama (da Amazon.it): Due bambine scomparse, una strana signora che ama le margherite e il passato che torna dolorosamente nella vita del commissario Livia. Il lettore, seguendo la protagonista alle prese con il rapimento di due bambine di otto anni, entrerà nella sua vita, nella sua famiglia e scoprirà quanto curiosamente, a volte, gli eventi si intreccino.

I fiori rubati: La seconda indagine del commissario Livia è, dopo Vita da sfollati, il secondo lavoro di Silvestra Sorbera che leggo. Di Vita da sfollati mi aveva lasciato perplessa la brevità: ricordo che mi era sembrato di leggere la sinossi di un romanzo e non un racconto autonomo.
Durante la lettura de I fiori rubati ho avuto invece la sensazione che la scrittura dell'autrice fosse maturata: la trama è più strutturata, anche se la conclusione è leggermente incredibile.
Bella la scelta della Sorbera di dedicarsi a tematiche diverse e attuali, come la maternità mancata, il rifiuto di avere un figlio o il desiderio di averlo a tutti i costi: è proprio grazie a questa pluralità di temi che si ha la sensazione di leggere un lavoro che, anche se non può porsi a confronto con i più noti gialli italiani, ha una sua autonomia e una sua struttura.
Anche i personaggi principali - Livia, Angelo e Lorenzo - meritano la lode: hanno un carattere proprio, apprezzabile dai loro gesti e comportamenti. Sarebbe stato interessante vedere approfonditi anche i personaggi secondari.
Unico neo è, a parer mio, la conclusione, che risulta un po' affrettata.

lunedì 20 giugno 2016

Recensione semiseria di "Il magico potere del riordino" di Marie Kondo

Sinossi (da Amazon.it): Un’infinità di oggetti di ogni tipo (abbigliamento, libri, documenti, foto, apparecchi, ricordi…) ci sommergono all’interno di abitazioni e uffici sempre più piccoli e ci soffocano. Col risultato che non troviamo mai quello che davvero ci serve. Nel libro che l’ha resa una star, la giapponese Marie Kondo ha messo a punto un metodo che garantisce l’ordine e l’organizzazione degli spazi domestici… e insieme la serenità, perché nella filosofia zen il riordino fisico è un rito che produce incommensurabili vantaggi spirituali: aumenta la fiducia in sé stessi, libera la mente, solleva dall’attaccamento al passato, valorizza le cose preziose, induce a fare meno acquisti inutili. Rimanere nel caos significa invece voler allontanare il momento dell’introspezione e della conoscenza.  


Eh sì, l'ho letto anche io. Giaceva - non letto, e so che se ne sta pentendo - nella libreria di mia mamma, sapevo che nel giro di un paio di giorni mi sarebbe toccato riordinare e ho fatto che incamerarlo.
E ho fatto bene, perché questo libro mi è piaciuto tantissimo. Ma non nel senso che voleva la Kondo, direi. Nel senso che ho finito di riordinare a modo mio e ogni tanto mi prendevo delle pause per leggerlo, rotolarmi dalle risate sul divano e sottolineare le parti più utili a prenderla per il culo ridicolizzare il tutto.

Ma partiamo dall'inizio. Il volumetto si legge in fretta, non è pesante, anche se spulciando alcune recensioni ho notato che molti lettori l'hanno trovato noioso perché l'autrice continua a ripetere due concetti in croce: effettivamente è vero, ma dopo le prime venti pagine ho capito che la lettura andava affrontata solo per cercare gli spunti (per me) comici e ho saltato alcuni passaggi.
La signora Kondo, va detto, mette in ordine le cose dall'età di tre anni: già alla materna leggeva riviste per casalinghe e successivamente tornava a casa da scuola e senza nemmeno togliersi l'uniforme si metteva a riordinare. In alcuni casi le è anche capitato di cadere a terra semisvenuta per aver riordinato troppo. Dopo un po' di tentativi ha individuato il metodo giusto per riordinare e ha iniziato a tenere corsi sul riordino, alcuni dei quali alle SEI E MEZZA del mattino. Va beh.
Forse i suoi genitori avrebbero fatto meglio a portarla da uno psicologo, ma è anche vero che se l'avessero curata non avrebbe fatto tutti i soldi che ha. Detto altrimenti, se la vostra nevrosi può farvi diventare ricchi e famosi datevi una mossa.

Il succo del suo metodo è: buttate tutto ciò che non vi serve e trovate una collocazione per quello che resta. Punto. La selezione va fatta partendo dai vestiti, per poi passare ai libri, alle carte e concludendo con le fotografie e i ricordi, perché ovviamente sono le cose più difficili da buttare.
Per capire cosa buttare e cosa no dobbiamo prendere ogni singolo oggetto in mano e capire se ci fa battere il cuore. Se ci suscita delle emozioni positive va tenuto, altrimenti buttato. E' fondamentale ringraziare tutti gli oggetti che buttiamo, anche il vestito pagato 400 euro e mai messo perché ci stava di merda non ci valorizzava: "Grazie, abito delle balle, che mi hai fatto capire cosa mi sta bene e cosa no!". Ora, io non so se nella cultura giapponese sia normale ringraziare gli oggetti, però a me la cosa suonava leggermente ridicola.
Da sottolineare che i clienti di Marie Kondo al termine del lavoro di selezione si ritrovavano con un numero impressionante di sacchi di immondizia a testa, e "riuscivano a vedere il pavimento". Insomma, a me sarebbe utile riuscire a tagliare il cordone ombelicale con certi feticci inutili ma il pavimento lo vedo benissimo ed è pure molto pulito, per cui forse il suo metodo è adatto soprattutto ai disordinati patologici.
Una volta finito il lavoro di selezione è necessario trovare un posto a ogni cosa, ordinando tutto per categoria, senza nessuna eccezione, mettendo in posizione più accessibile ciò che si usa più spesso.
L'autrice sostiene la non - utilità dei vari sistemi di organizzazione quali divisori e contenitori ma ci invita a utilizzare le scatole delle scarpe e i loro coperchi. A me sinceramente verrebbe male ad avere l'armadio zeppo di scatole di scarpe ma tant'è.
A questo punto saremo persone molto felici perché abbiamo fatto ordine e siamo riusciti a liberarci di ciò che non ci serve.  Le nostre stanze saranno belle come camere d'albergo (!!!) e noi prima di andare a dormire sorseggeremo rilassate una tisana come le donne delle riviste.
Non metto in dubbio che un ambiente ordinato giovi al corpo e alla mente, ma sinceramente trovo la celebrazione del potere del riordino un po' eccessiva.
Mi pare anche impossibile che la pigrizia non conduca a ritrovarsi di nuovo con un po' di disordine, ma pare che ai clienti della Kondo non accada.

Di seguito alcuni dei suoi consigli pratici che più mi hanno... colpito.

  • Piegate tutti i vestiti che potete. Lasciate appesi solo quelli che vi paiono felici di essere appesi.  Gli altri piegateli in modo che stiano in VERTICALE. Ora, o io sono stupida o la Kondo si spiega malissimo, fatto sta che se un'amica non mi avesse mostrato delle foto non avrei mai capito cosa intendeva. In sostanza si tratta di piegare gli indumenti come le commesse di Intimissimi piegano slip e canottiere. Sinceramente dubito che per le polo possa funzionare e soprattutto mi chiedo, come fa chi non ha cassetti? Tutto nelle scatole da scarpe, presumo.  Sempre parlando di vestiti, ricordatevi di non appallottolare le calze. Non riescono a riposare.
  • Libri: tenetene il meno possibile, solo quelli che vi fanno battere il cuore, gli altri buttateli senza pietà. Anche quelli che non avete ancora letto, perché significa che non li leggerete mai. La Kondo è fortunata che mia mamma appartenga a quelle folli che non buttano i libri prima ancora di leggerli, perché altrimenti avrebbe potuto dire addio al suo quarto d'ora di celebrità su questo blog.   In realtà la regina dell'ordine non è sempre stata così estremista coi libri. In passato ha tenuto quelli che contenevano delle frasi che l'avevano colpita. Poi ha deciso di copiare quelle frasi, ma siccome ci voleva troppo tempo ha deciso di strappare le pagine contenenti quelle frasi e di incollarle su un quaderno che nel giro di poco ha buttato perché si è accorta che non le faceva battere il cuore. Chissà come mai.
  • Mettete più cose possibile in verticale, comprese le carote che vanno messe nello scomparto delle bottiglie. Non ci è dato sapere dove debbano andare le povere bottiglie...
  • Svuotate ogni giorno la borsa, e trovate una collocazione adatta a tutte le cose che contiene, portafoglio compreso. Solo così la povera borsa potrà riposare. Non dimenticate di ringraziarla appena rientrate a casa la sera, perché ha fatto un duro lavoro. A essere sincera, da quando ho letto questo paragrafo ho cominciato a eliminare sistematicamente i "rifiuti" dalla borsa ogni sera e a ricoverare tutti gli spiccioli nel portafoglio, ma svuotarla tutta ogni sera anche no, dai. E se devo uscire di corsa all'improvviso che faccio?
  • Non appoggiare niente sulle superfici di cucina e bagno: effettivamente è vero che se asciugassimo e riponessimo sempre i bagnoschiuma faremmo meno fatica a pulire la vasca, però non puoi dirmi, Kondo, che devo asciugare i piatti e le pentole sul balcone al sole. Non puoi dirmelo perché si da il caso che io abbia una lavastoviglie, e soprattutto abito a Schweinfurt, con vicini che fumano e grigliano sotto le mie finestre. E tu abiti a Tokyo, cazzo, a Tokyo!  Il sole sarà anche un disinfettante come dici tu ma se ti ritrovi con tre teste sappiamo perché.

Sono stata un po' estrema, qualche buon consiglio c'è. Aiuta a capire che di alcune cose possiamo e dobbiamo davvero liberarci, anche se forse quello che serve davvero è imparare a non comprare fuffa.
Però...  :)

Lettura consigliata? Assolutamente sì. Fatevi due risate!


sabato 14 maggio 2016

Recensione di "Più alto del mare" di Francesca Melandri

SINOSSI (da Amazon): “Potevano i visitatori di un carcere speciale essere accolti dalla bellezza del creato? Sì, potevano. E questo era inganno, crudeltà, stortura.”. Asinara, fine anni Settanta. C’è la guerra, in Italia. È tempo di regime duro, tolleranza zero, e l’istituto di massima sicurezza dell’Isola ne è il luogo simbolo. Luisa non lo sa e quando sale sulla nave per far visita a un marito pluriomicida è agitata, sì, ma solo perché non ha mai visto il mare. Paolo invece ne sa fin troppo e, quando torna sull’Isola, quel profumo salmastro gli riporta alla mente le estati al mare con il figlio piccolo. Molto prima che l’orrore della lotta politica irrompesse nelle loro vite. Ma c’è una cosa che Luisa e Paolo hanno in comune: sono soli nel dolore, in un Paese che non può permettersi pietà pubblica per gente come loro. Bloccati sul posto dal maestrale, accettano l’ospitalità di una guardia carceraria, Nitti. Li attende una lunga notte che sembra disegnata dal destino.


Ho scaricato Più alto del mare subito dopo aver finito Eva dorme della stessa autrice, la mia prima lettura del 2016. Come spesso accade ho atteso prima di cominciarne la lettura, perché non amo leggere due libri dello stesso autore uno dopo l'altro.  Più alto del mare è stata una piacevole conferma di tutti i pensieri già espressi riguardo la scrittura della Melandri.
Se devo trovargli un difetto, che poi non è tale, è la brevità. Non è tale perché l'opera è perfettamente completa, eppure è talmente coinvolgente che vorremmo che le emozioni si prolungassero ancora per qualche pagina.  Mi è già capitato di piangere alla fine di un libro, ma in questo caso - straordinario - mi sono ritrovata a singhiozzare per tutte le ultime 30 - 40 pagine, completamente in sintonia con le emozioni dei protagonisti.
Il soggetto è sicuramente originale: non mi era mai capitato di leggere un romanzo i cui protagonisti fossero i parenti stretti di due carcerati, e mi ha colpito la delicatezza dell'analisi psicologica delle loro emozioni, così simili e così diverse. Paolo va a trovare suo figlio e Luisa suo marito: se non fosse per questo enorme dolore, non avrebbero niente in comune, ex - insegnante lui e contadin alei. Eppure il dolore li unisce, li spinge ad aprirsi l'uno all'altra, e dà vita a momenti meravigliosi, in cui sono le anime ad amarsi, nel senso più puro del termine.
E poi c'è l'altra "faccia" del carcere, rappresentata dalla figura del secondino, Nitti. Un uomo buono, sfiancato dalla durezza della vita in carcere e sull'Isola. E come accade a Paolo, anche per lui l'incontro con Luisa sarà in un certo senso salvifico.
E poi c'è lei, l'Isola, che non è sfondo ma è protagonista. In tutto il romanzo viene chiamata sempre solo così, senza un cenno al suo nome.
E' l'Isola della Prigione per antonomasia, nella quale sul finire degli anni Settanta vengono rinchiusi i detenuti più pericolosi. E' un'isola bellissima, che viene descritta con toni talmente evocativi che ci sembra di percepirne l'odore: di tanta bellezza i detenuti non possono godere, e ce ne ricordiamo per tutto il corso del romanzo. C'è un contrasto netto, tra la "libertà" della natura e la reclusione. Ma non c'è pietismo per la condizione dei carcerati, come non c'è una condanna diretta da parte dell'autrice: sono loro stessi, le loro vicende e i loro cari, i loro giudici.

Breve e incisivo, consigliatissimo.