SINOSSI: Quando Matteo Zevi è improvvisamente fuggito in California per sottrarsi alle rappresaglie di uno strozzino, la vita della sua famiglia ne è stata sconvolta. Ora, vent’anni dopo, il suo ritorno altrettanto improvviso minaccia di portare turbamenti perfino maggiori. Perché mentre lui viveva il suo involontario esilio a Los Angeles, la vita di sua moglie, sua madre e i suoi figli è andata avanti, raggiungendo un nuovo, almeno apparente, equilibrio. (...) E mentre ognuno è impegnato a dipanare faticosamente il filo della propria esistenza, la Storia si appresta a irrompere nella quotidianità, inaspettata e terribile.
Partiamo dalla doverosa premessa che io di Piperno leggerei e venererei pure la lista della spesa.
Con le peggiori intenzioni è stata la medicina grazie alla quale ho superato un'ossessione amorosa morbosa che durava da anni. Scoprendo che anche altri soffrono delle stesse ossessioni, a volte.
Dove la storia finisce era il primo titolo della lista di libri che ho chiesto di ricevere per Natale, ed è stato anche il primo che ho divorato. Peccato che Piperno sia così lento a scrivere, accidenti a lui.
Come sempre, Piperno ci racconta la storia di una famiglia (allargata, diciamo). Relazioni famigliari rese ancora più complesse dalla figura di un marito-padre che - dopo essere stato lontano per anni - torna improvvisamente, non da tutti e del tutto desiderato. Mentre il figlio maggiore si prepara ad affrontare la paternità e la figlia minore sperimenta una crisi matrimoniale connessa con un'ossessione amorosa. Argomento che, a mio modesto parere, Piperno maneggia alla grandissima.
I personaggi sono eccezionali, come sempre. Si svelano a poco a poco, regalandoci sorprese anche verso la fine, anche verso l'ultima pagina. Mentre alla penultima la storia si disintegra, finisce, sotto i colpi della cattiveria del Caso, e soprattutto di chi è estraneo a questa "storia" e finisce per rendere tutti, più nolenti che volenti, protagonisti della "Storia". E' un finale distruttivo, quello di quest'ultimo Piperno. Roba che in confronto l'epilogo di Il fuoco amico dei ricordi è Topo Gigio.
Un finale forse troppo rapido, in seguito al quale ciò che può ricomporsi si ricompone, e solo in un caso ci riserva una sorpresa. Non c'è ottimismo: alcune cose non si posso aggiustare. Se non arrivasse la distruzione, finirebbero con l'autodistruggersi, e sarebbe forse peggio. Questo è quello che sono arrivata a pensare, nonostante debba ammettere che la prima reazione è stata "perché?".
In sostanza, non sono pienamente soddisfatta. Ho come la sensazione che ci sia un che di non concluso, non spiegato. O forse di non capito, più probabilmente.
Un cenno merita anche l'ambiente in cui si svolge tutta la storia: una Roma bellissima, e al suo interno la cerchia di ebrei romani. Ebrei che spesso non sono tali, visto che lo sono per parte di padre. Ebrei che rispettano i riti imposti dalla loro religione, e allo stesso tempo non sembrano darle troppa importanza. Fino alla scelta finale, che è una non-scelta. La scelta di un rifugio, che tale non è.
Recensione piena di dubbi, di contrasti e di retorica, per un romanzo pieno di dubbi, contrasti e retorica :)
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venerdì 6 gennaio 2017
sabato 23 aprile 2016
Recensione de I fantasmi di pietra di Mauro Corona
Sono tempi difficili questi, per le letture. Tra il lavoro, le lezioni di italiano, e la terribile scoperta che i pavimenti non sono autopulenti e i vestiti autostiranti, mi resta poco tempo per leggere. Ma non rinuncio, e non ci sono momenti più belli di quelli che dedico a un buon libro. Ed è il caso di I fantasmi di pietra.
Di norma mi innervosisco, quando un libro - corto, per giunta - mi dura quasi un mese. Questa volta non è accaduto, anzi. Sarei potuta andare avanti per un anno, a leggere due paginette de I fantasmi di pietra. Perché scorre lento, come le stagioni a Erto. Avrei voluto leggerne un episodio al giorno, per non sentirmi sola una volta giunta alla fine di questo viaggio meraviglioso. Un viaggio nel silenzio, nell'abbandono.
Di casa in casa, attraversiamo Erto vecchia, respirando l´odore di chi lì dentro ha vissuto. Il silenzio della tragedia è sempre lì, non ci abbandona mai. Piccoli spunti polemici non mancano, ma Corona qui è soprattutto nostalgico. E la nostalgia per un paradiso perduto, lo sappiamo, è incolmabile.
Corona ci racconta storie che sono a metà tra realtà e leggenda, che avremmo potuto udire dai nostri nonni. Forse è per questo che a tratti mi sarebbe piaciuto che fosse un audiolibro.
Corona si autocita, e mi ha fatto venire voglia di leggere altro, di perdermi di nuovo in questa atmosfera di sogno.
Li scrive lui, non li scrive lui. È un alcolista, non lo è. Ma chissenefrega. Quando c'è la magia della narrazione c'è tutto.
domenica 3 gennaio 2016
"Eva dorme" di Francesca Melandri
Sinossi (da Amazon): È l'alba. Anche stanotte Eva non riesce a dormire. Apre la finestra: l'aria pungente e dolce dell'aprile altoatesino sa di neve e di resina. All'improvviso il telefono squilla, la voce debole di un uomo che la chiama con il soprannome della sua infanzia: è Vito. È molto malato, e vorrebbe vederla per l'ultima volta. Carabiniere calabrese in pensione, ha prestato a lungo servizio in Alto Adige negli anni Sessanta, anni cupi, di tensione e di attentati. Anni che non impedirono l'amore tra quello smarrito giovane carabiniere e la bellissima Gerda Huber, cuoca in un grande albergo, sorella di un terrorista altoatesino e soprattutto ragazza madre in un mondo ostile. Quando Vito è entrato nella sua vita, Eva la figlia bambina, ha provato per la prima volta il sapore di cosa sia un papà: qualcuno che ti vuole così bene che, se necessario, perfino ti sgrida. Sul treno che porta Eva da Vito morente, lungo i 1397 chilometri che corrono dalle guglie dolomitiche del Rosengarten fino al mare scintillante della Calabria, compiremo anche un viaggio a ritroso nel tempo, dentro la storia tormentata dell'Alto Adige e della famiglia Huber. La fine della Prima guerra mondiale, quando il Sudtirolo austriaco venne assegnato all'Italia, quando Hermann Huber, futuro padre di Gerda, perse i genitori e con loro la capacità di amare.
Se il buongiorno si vede dal mattino, il mio 2016 può essere un anno di grandi letture.
L'ho cominciato per caso, era tanto che l'avevo sul Kindle ma non mi aveva mai "chiamata". Forse perché sulla questione sudtirolese avevo tanto amato Eredità di Lilli Gruber.
Lo sfondo storico culturale è lo stesso, per quanto il romanzo della Melandri abbracci un arco cronologico più ampio e arrivi a toccare eventi a noi vicini, e mi sono di nuovo stupita di quanto noi giovani siamo, su certe cose, profondamente ignoranti. Prima di leggere i due romanzi, non avevo mai sentito parlare della questione Sudtirolese, della cosiddetta Opzione, della difficoltà - e della frustrazione - che provava chi era di madrelingua tedesco a esprimersi in italiano. Difficoltà che oggi come oggi posso capire al 100%.
Quello che tiene incollati al libro è il "racconto". La storia di Eva e di sua madre Gerda: due donni forti, segnate dalla stessa mancanza. Quella della figura paterna. Figura paterna che Eva decide di andare a cercare, compiendo un viaggio in treno attraverso l'Italia che è un viaggio nella memoria personale e storica. Arrivata alle ultime pagine ho pianto, perché è un libro denso di dolore, di perdita, di cose che sarebbero potuto andare diversamente ma non è successo. E non è successo perché l'amore, quello vero, ti fa amare la persona amata più di te stessa, e ti porta a decidere per lui, magari anche sbagliando. Non è successo perché la Storia, la società e i suoi pregiudizi si mettono in mezzo, e ci costringono a deviare dalla strada che abbiamo sognato. Ci costringono a prendere altre decisioni, per risparmiarci un dolore che ipotizziamo più grande. O a rinunciare del tutto a percorre quella strada, come è successo a Ulli.
Ma alla fine, all'ultima pagina, il messaggio è positivo:
"E ora sto abbracciando mia mamma perché nulla e nessuno ci può risarcire di ciò che abbiamo perduto, neppure coloro che sono colpevoli di quelle perdite, né quelli che (...) ne sono stati l'origine o la causa, e alla fine, quanto tutti i calcoli sono stati fatti (...) l'unica cosa che conta è questo: che ci possiamo ancora abbracciare, senza sprecare più nemmeno per un istante la straordinaria fortuna di essere ancora vivi."
Consigliato?
... Voi che ne dite?
giovedì 17 dicembre 2015
"Il Mulino sulla Floss" - George Eliot
Trama (da qlibri): Cresciuti insieme e legati da un tenace affetto i due figli del mugnaio Tulliver vedono le loro strade dividersi drammaticamente quando l'impetuosa Maggie scopre che la società, e il suo stesso fratello, non le lasciano spazio per vivere e amare. Uno dei più vigorosi e sferzanti romanzi dell'epoca vittoriana, caratterizzato da una coraggiosa presa di posizione femminista di chiara matrice autobiografica.
Sono sempre stata una lettrice pro - abbandono. Se un libro mi annoia o mi delude, lo lascio.
Non sopporto i "vedrai, alla fine ne vale la pena" o "le ultime cento pagine sono stupende".
Perché insomma, io posso anche fidarmi di chi dice che le ultime cento pagine sono stupende, però non so se ho voglia di sbadigliare per altre quattrocento prima di arrivarci.
Leggo per cultura personale, per pensare, per conoscere nuovi autori e nuovi temi, ma soprattutto per diletto. Per stare bene. E se un libro non mi fa stare bene, lo lascio.
Ho cominciato Il Mulino sulla Floss per caso, perché era stato citato da amici.
Non conoscevo né la trama né l'autrice. Le prime duecento pagine sono scivolate via, non vedevo l'ora di andare avanti, poi è subentrata la noia, che si è protratta a lungo, devo ammetterlo.
Ma ho tenuto duro, l'ho lasciato decantare, l'ho ripreso e finito. E ne è valsa la pena, perché è proprio bello.
Interessante - parte centrale, secondo me, esclusa - l'intreccio, vivace la prosa, acuto e ironico il tono. Belli i personaggi, anche quelli negativi o difficili da accettare. Complessi, mai stereotipati o semplici. Su due in particolare ho mutato opinione più volte nel corso della lettura, talmente sono sfaccettati.
Sono arrivata al finale con le lacrime agli occhi e una grande sensazione di ingiustizia. Sensazione di ingiustizia e impotenza che si è fatto sempre più forte mentre leggevo le ultime duecento pagine,
La protagonista, Maggie, è una ragazza giovane e coraggiosa, ma totalmente abbandonata a sé stessa. Quando si trova a dover scegliere tra dovere, impegno e passione, non è più in grado di farlo autonomamente.
E seppur non sia sola nel momento in cui commette il "grande" errore, è solo lei a venir giudicata crudelmente dalla società.
E' una storia modernissima, quella che la Eliot ci racconta. Come moderna è la denuncia dell'autrice della spietata ipocrisia della società.
E ho provato tanta pena e compassione per quella scelta che Maggie non sa compiere, alla quale troppo spesso noi donne ci troviamo di fronte.
domenica 9 agosto 2015
Recensione - provvisoria e indecisa - di " La vita sessuale dei nostri antenati", Bianca Pitzorno
Sinossi (da ibs)"Cara Lauretta, cara cugina come me orfana e come me allevata dalla inflessibile nonna nel culto della nostra nobilissima stirpe, perdonerai mai all'autrice di avere scritto questo libro sui nostri antenati? Di averne rivelato i segreti e i peccati più insospettabili a partire dal lontano Cinquecento, quando una firma del Viceré su una pergamena rese blu il nostro sangue che prima era rosso come quello di tutti gli altri abitanti di Ordalè e di Donora? Adesso che abbiamo quasi quarant'anni, che abbiamo vissuto la liberazione sessuale e le sfrenatezze del Sessantotto, che abbiamo messo la testa a partito, non ci dovrebbe risultare così difficile accettare che anche i nostri antenati, e specie le antenate, abbiano avuto le loro storie di letto, e non sempre esemplari. Lo so che per chiunque è difficile pensare che i propri genitori hanno avuto una vita sessuale, e che se così non fosse noi non saremmo qui... E i nostri nonni, come immaginarli a rotolarsi peccaminosamente tra le lenzuola? Ma con i bisnonni non dovrebbe essere così impossibile, specie se sappiamo che hanno messo al mondo quindici figli. Per non parlare dei trisnonni e dei quadrisnonni. Senza l'attività sessuale dei nostri antenati il genere umano si sarebbe estinto. Eppure tu, Lauretta, quando accenno a questo argomento ti turi le orecchie e strilli: "Bisogna essere proprio dei maniaci sessuali per pensare a certe cose"..
Cominciato praticamente subito appena ne ho scoperto l'esistenza, e divorato in due giorni - e se aggiungiamo che ero in vacanza a Parigi e che credo superi le 400 pagine, si capisce quanto l'abbia davvero "divorato" - La vita sessuale dei nostri antenati è sostanzialmente una grande saga familiare, che ripercorre la storia di una famiglia borghese, con particolare attenzione alla generazione vissuta a cavallo tra 800 e 900: la generazione dei nonni di Ada, professoressa di lettere classiche che, trentasettenne nei primi anni Settanta, ci mostra cosa abbia significato per le donne il Sessantotto.
E' avvincente, tanto. Il personaggio di Ada è completo, approfondito: meravigliose le descrizioni dei suoi sogni, che lei segna col proposito di raccontarli all'analista. Bellissimo il soffermarsi dell'autrice sulle sue sensazioni, soprattutto in momenti tristi: il dolore di Ada è per noi vivido, presente.
Immutata, dai tempi di Ascolta il mio cuore e Diana, Cupido e il commendatore, l'ironia dell'autrice: magistrale la scelta di inserire la voce "fuori campo" di nonna Ada, morta da tempo, che ammonisce la giovane Ada e sua nipote Ginevra mentre ne leggono il diario. Belli i rapporti di amicizia, l'affetto tra la protagonista e suo zio.
Credo che chi conosce bene l'autrice non faticherà a trovare analogie tra questo e altri romanzi: la critica alla società borghese - dalla quale Ada non si distacca, a parer mio - era già presente nei due libri per ragazzi che ho già citato, e talvolta lo zio Tancredi, che ha fatto da padre ad Ada e a sua cugina - mi ha ricordato il mitico zio Leopoldo di Ascolta il mio cuore.
Istintivamente mi è piaciuto, eppure... Ho bisogno di rileggerlo, o di confrontarmi con qualcuno in proposito. Perché? e perché ho scritto "recensione provvisoria e indecisa"?
Perché non sono sicura di averlo capito. Il finale lascia alcuni punti oscuri, che credo lo siano solo in apparenza. Alcune cose credo di averle colte, o posso formulare delle ipotesi. Altre proprio no.
L'autrice ha dichiarato, in un'intervista, che alcuni passaggi sfuggiranno al lettore che legge in fretta per arrivare alla fine. Io sicuramente l'ho letto così, e voglio tornare indietro per capirlo meglio.
Nel caso non mi fosse possibile chiarire i dubbi, temo di dover riconsiderare il mio giudizio su questo romanzo. Che, comunque, va giù che è un piacere.
Cominciato praticamente subito appena ne ho scoperto l'esistenza, e divorato in due giorni - e se aggiungiamo che ero in vacanza a Parigi e che credo superi le 400 pagine, si capisce quanto l'abbia davvero "divorato" - La vita sessuale dei nostri antenati è sostanzialmente una grande saga familiare, che ripercorre la storia di una famiglia borghese, con particolare attenzione alla generazione vissuta a cavallo tra 800 e 900: la generazione dei nonni di Ada, professoressa di lettere classiche che, trentasettenne nei primi anni Settanta, ci mostra cosa abbia significato per le donne il Sessantotto.
E' avvincente, tanto. Il personaggio di Ada è completo, approfondito: meravigliose le descrizioni dei suoi sogni, che lei segna col proposito di raccontarli all'analista. Bellissimo il soffermarsi dell'autrice sulle sue sensazioni, soprattutto in momenti tristi: il dolore di Ada è per noi vivido, presente.
Immutata, dai tempi di Ascolta il mio cuore e Diana, Cupido e il commendatore, l'ironia dell'autrice: magistrale la scelta di inserire la voce "fuori campo" di nonna Ada, morta da tempo, che ammonisce la giovane Ada e sua nipote Ginevra mentre ne leggono il diario. Belli i rapporti di amicizia, l'affetto tra la protagonista e suo zio.
Credo che chi conosce bene l'autrice non faticherà a trovare analogie tra questo e altri romanzi: la critica alla società borghese - dalla quale Ada non si distacca, a parer mio - era già presente nei due libri per ragazzi che ho già citato, e talvolta lo zio Tancredi, che ha fatto da padre ad Ada e a sua cugina - mi ha ricordato il mitico zio Leopoldo di Ascolta il mio cuore.
Istintivamente mi è piaciuto, eppure... Ho bisogno di rileggerlo, o di confrontarmi con qualcuno in proposito. Perché? e perché ho scritto "recensione provvisoria e indecisa"?
Perché non sono sicura di averlo capito. Il finale lascia alcuni punti oscuri, che credo lo siano solo in apparenza. Alcune cose credo di averle colte, o posso formulare delle ipotesi. Altre proprio no.
L'autrice ha dichiarato, in un'intervista, che alcuni passaggi sfuggiranno al lettore che legge in fretta per arrivare alla fine. Io sicuramente l'ho letto così, e voglio tornare indietro per capirlo meglio.
Nel caso non mi fosse possibile chiarire i dubbi, temo di dover riconsiderare il mio giudizio su questo romanzo. Che, comunque, va giù che è un piacere.
martedì 17 febbraio 2015
Recensione: "La sposa vermiglia" - Tea Ranno
SINOSSI (da qlibri): Vincenzina Sparviero, ultimogenita, è destinata al convento. Quando, improvvisamente, l'amatissima sorella muore, è per Vincenzina il compimento di un sogno - ora sarà lei a potersi sposare - e il precipitare nell'abisso del senso di colpa. Da quel giorno Vincenzina giura a se stessa che non chiederà mai più niente per sé. In breve tempo il matrimonio tra la palombella mansueta e il facoltoso don Ottavio Licata, fascista, mafioso e trent'anni più vecchio di lei, è combinato. Vincenzina accetta con coraggio e incoscienza la decisione paterna, ma non ha fatto i conti con l'amore, incontrato negli occhi del giovane Filippo Gonzales. Lungo la china inesorabile che conduce al matrimonio annunciato, la colombella si tramuta senza quasi saperlo in una sparviera coraggiosa e libera.
Di Tea Ranno avevo già letto, a ottobre, Viola Foscàri, recensito su Leggere a Colori.
Arrivata all'ultima pagina di quel romanzo, che è tra i dieci più amati del 2014, mi ero ripromessa di leggere qualcos'altro dell'autrice di Melilli per approfondire la sua opera.
Spinta da diverse amiche lettrici ho scelto La sposa vermiglia, che ho divorato in poco più di una settimana.
Prima di sedermi a scrivere queste righe, ho fatto un rapido giro in rete per capire come i due romanzi fossero stati accolti dai lettori, e ho notato come per moltissimi La sposa vermiglia sia superiore a Viola Foscàri. Siccome se non mi distinguo non sono contenta, vi dico subito che per quanto La sposa mi sia piaciuto, e mi abbia dato gioia rifugiarmi nella scrittura dell'autrice, non l'ho amato come Viola Foscàri, che per tanti motivi mi è entrato nel cuore.
La protagonista de La sposa, Vincenzina Sparviero, è realmente esistita: Tea Ranno parte da un dato storico, da una vicenda realmente accaduta per costruire il suo romanzo, che con la verità storica ha poco in comune.
Ho come il sentore che il dato storico fosse più semplice, più esile, celebrato dai ricordi dei compaesani di Vincenzina ma privo della poesia, dello struggimento che circonda la protagonista del romanzo.
Come in tutte le tragedie che si rispettino, qui non conta il finale della storia, che capiamo fin dalle prime pagine: l'importante è come la storia viene raccontata, come si sviluppano i personaggi, quali emozioni prova Vincenzina nella sua velocissima crescita personale.
Vincenzina giura, sul cadavere della sorella, di ubbidire per sempre alla volontà dei genitori: ed è per questo che accetta il fidanzamento con Ottavio Licata, molto più vecchio di lei, dedito alla cocaina, alle prostitute e fascista. China la testa e subisce, confidandosi solo parzialmente con la cugina Gioconda, che fino all'ultimo tenterà tutto il possibile per impedire il matrimonio.
Quando Vincenzina incontra Filippo Gonzales, comincerà ad affidare i suoi pensieri a un taccuino, e soprattutto inizierà a rifugiarsi sempre più spesso in una realtà parallela, nella quale si incontra con l'amato in una casetta nel bosco. E sempre che questo le possa bastare per essere felice: la fuga dell'anima, mentre la sua persona rimane sulla terra ad eseguire il volere dei genitori.
è solo quando capisce che il suo amore per Filippo è ricambiato che avviene la metamorfosi completa, che Vincenzina rinuncia al giuramento e cerca una strategia per vivere quell'amore, per salvarsi la vita. E si fa più forte, nelle ultime pagine, lette quasi di corsa, la nostra pena per lei, perché sappiamo come si concluderà la sua storia.
Nel romanzo si alternano diversi piani temporali: stiamo leggendo la storia di Vincenzina, siamo nel 1926, ed ecco che l'autrice ci trasporta più avanti di qualche mese, dopo quel nefasto matrimonio, quasi a volerci ricordare quale destino attente la giovane sposa. Ma Tea Ranno ci porta ancora più in là: vedremo come si evolverà la storia di Gioconda, e arriveremo quasi fino al presente, alle ricerche da lei condotte sulla storia della sposa vermiglia.
In Viola Foscàri c'era un personaggio principale forte, che potevamo osservare da più angolazioni, fino a farlo completamente nostro. Anche Viola Foscàri era una storia corale, con tanti personaggi, ma qui ho visto soprattutto la storia di una particolare società in un determinato periodo storico.
Vincenzina è un personaggio particolare, che acquista forza e carattere soprattutto alla fine: forse è per questo che ho letto La sposa vermiglia come un affresco storico, all'interno del quale rientrano la denuncia verso un modo di pensare che già nel 1926 avrebbe dovuto, forse, appartenere al passato, e il ritratto di una società diversa, che non c'è più, all'interno della quale è forte l'importanza del rispetto delle convenienze, delle apparenze. Rispetto che non chiude la porta a relazioni di amicizia solide come marmo: ho invidiato, durante la lettura, l'affetto tra Gioconda e Vincenzina, e mi hanno commossa le ultime pagine, quando la fanciulla riceve tanta solidarietà.
I personaggi sono tanti, eppure sono tutti straordinariamente veri, dotati di carattere, spessore psicologico: non c'è macchiettismo, nemmeno quando sono funzionali a rappresentare una "categoria" sociale - umana.
E poi, c'è la Sicilia. E forse questo sarebbe il primo punto da affrontare. Ma mi mancano le parole, perché di fronte all'affetto con cui l'autrice descrive i luoghi della sua infanzia, con quei toni così evocativi, così pieni di vita, di colore, di profumi, mi sembra ci sia davvero poco da dire. Il fatto di aver appena concluso la lettura di Nove Periodico di Federico Li Calzi contribuisce ad accentuare in me questa fascinazione. Prima o poi dovrò andarci, in Sicilia.
Raramente mi allontano, ormai, dalla letteratura classica, e quando lo faccio rimango quasi sempre delusa. Perché quando leggo ho bisogno di pensare, di ritrovare le mie emozioni in quelle dei personaggi, di essere cullata dal suono delle parole.
Quest'ultima cosa succede soprattutto quando si leggono romanzi italiani, non toccati da una traduzione: ecco, per me leggere Tea Ranno è esattamente questo. E' farmi cullare dalle parole dell'autrice, dal suo stile personalissimo, dalla sua penna elegante e raffinata, dal suo tono autentico, vivo, mai lezioso.
Di Tea Ranno avevo già letto, a ottobre, Viola Foscàri, recensito su Leggere a Colori.
Arrivata all'ultima pagina di quel romanzo, che è tra i dieci più amati del 2014, mi ero ripromessa di leggere qualcos'altro dell'autrice di Melilli per approfondire la sua opera.
Spinta da diverse amiche lettrici ho scelto La sposa vermiglia, che ho divorato in poco più di una settimana.
Prima di sedermi a scrivere queste righe, ho fatto un rapido giro in rete per capire come i due romanzi fossero stati accolti dai lettori, e ho notato come per moltissimi La sposa vermiglia sia superiore a Viola Foscàri. Siccome se non mi distinguo non sono contenta, vi dico subito che per quanto La sposa mi sia piaciuto, e mi abbia dato gioia rifugiarmi nella scrittura dell'autrice, non l'ho amato come Viola Foscàri, che per tanti motivi mi è entrato nel cuore.
La protagonista de La sposa, Vincenzina Sparviero, è realmente esistita: Tea Ranno parte da un dato storico, da una vicenda realmente accaduta per costruire il suo romanzo, che con la verità storica ha poco in comune.
Ho come il sentore che il dato storico fosse più semplice, più esile, celebrato dai ricordi dei compaesani di Vincenzina ma privo della poesia, dello struggimento che circonda la protagonista del romanzo.
Come in tutte le tragedie che si rispettino, qui non conta il finale della storia, che capiamo fin dalle prime pagine: l'importante è come la storia viene raccontata, come si sviluppano i personaggi, quali emozioni prova Vincenzina nella sua velocissima crescita personale.
Vincenzina giura, sul cadavere della sorella, di ubbidire per sempre alla volontà dei genitori: ed è per questo che accetta il fidanzamento con Ottavio Licata, molto più vecchio di lei, dedito alla cocaina, alle prostitute e fascista. China la testa e subisce, confidandosi solo parzialmente con la cugina Gioconda, che fino all'ultimo tenterà tutto il possibile per impedire il matrimonio.
Quando Vincenzina incontra Filippo Gonzales, comincerà ad affidare i suoi pensieri a un taccuino, e soprattutto inizierà a rifugiarsi sempre più spesso in una realtà parallela, nella quale si incontra con l'amato in una casetta nel bosco. E sempre che questo le possa bastare per essere felice: la fuga dell'anima, mentre la sua persona rimane sulla terra ad eseguire il volere dei genitori.
è solo quando capisce che il suo amore per Filippo è ricambiato che avviene la metamorfosi completa, che Vincenzina rinuncia al giuramento e cerca una strategia per vivere quell'amore, per salvarsi la vita. E si fa più forte, nelle ultime pagine, lette quasi di corsa, la nostra pena per lei, perché sappiamo come si concluderà la sua storia.
Nel romanzo si alternano diversi piani temporali: stiamo leggendo la storia di Vincenzina, siamo nel 1926, ed ecco che l'autrice ci trasporta più avanti di qualche mese, dopo quel nefasto matrimonio, quasi a volerci ricordare quale destino attente la giovane sposa. Ma Tea Ranno ci porta ancora più in là: vedremo come si evolverà la storia di Gioconda, e arriveremo quasi fino al presente, alle ricerche da lei condotte sulla storia della sposa vermiglia.
In Viola Foscàri c'era un personaggio principale forte, che potevamo osservare da più angolazioni, fino a farlo completamente nostro. Anche Viola Foscàri era una storia corale, con tanti personaggi, ma qui ho visto soprattutto la storia di una particolare società in un determinato periodo storico.
Vincenzina è un personaggio particolare, che acquista forza e carattere soprattutto alla fine: forse è per questo che ho letto La sposa vermiglia come un affresco storico, all'interno del quale rientrano la denuncia verso un modo di pensare che già nel 1926 avrebbe dovuto, forse, appartenere al passato, e il ritratto di una società diversa, che non c'è più, all'interno della quale è forte l'importanza del rispetto delle convenienze, delle apparenze. Rispetto che non chiude la porta a relazioni di amicizia solide come marmo: ho invidiato, durante la lettura, l'affetto tra Gioconda e Vincenzina, e mi hanno commossa le ultime pagine, quando la fanciulla riceve tanta solidarietà.
I personaggi sono tanti, eppure sono tutti straordinariamente veri, dotati di carattere, spessore psicologico: non c'è macchiettismo, nemmeno quando sono funzionali a rappresentare una "categoria" sociale - umana.
E poi, c'è la Sicilia. E forse questo sarebbe il primo punto da affrontare. Ma mi mancano le parole, perché di fronte all'affetto con cui l'autrice descrive i luoghi della sua infanzia, con quei toni così evocativi, così pieni di vita, di colore, di profumi, mi sembra ci sia davvero poco da dire. Il fatto di aver appena concluso la lettura di Nove Periodico di Federico Li Calzi contribuisce ad accentuare in me questa fascinazione. Prima o poi dovrò andarci, in Sicilia.
Raramente mi allontano, ormai, dalla letteratura classica, e quando lo faccio rimango quasi sempre delusa. Perché quando leggo ho bisogno di pensare, di ritrovare le mie emozioni in quelle dei personaggi, di essere cullata dal suono delle parole.
Quest'ultima cosa succede soprattutto quando si leggono romanzi italiani, non toccati da una traduzione: ecco, per me leggere Tea Ranno è esattamente questo. E' farmi cullare dalle parole dell'autrice, dal suo stile personalissimo, dalla sua penna elegante e raffinata, dal suo tono autentico, vivo, mai lezioso.
giovedì 13 novembre 2014
Su LEGGERE A COLORI: "Ciò che inferno non è" - Alessandro D'Avenia
Se Bianca come il latte rossa come il sangue mi era piaciuto, se Cose che nessuno sa mi aveva lasciata un po' perplessa e infastidita per come veniva trattata la tematica della separazione, l'ultimo libro di Alessandro D'Avenia mi è piaciuto poco.
Recensione completa su Leggere A Colori
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