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giovedì 16 gennaio 2014

Recensione: L'imprevedibile viaggio di Harold Fry - Rachel Joyce

SINOSSI (da qlibri): Quando viene a sapere che una sua vecchia amica sta morendo in un paesino ai confini con la Scozia, Harold Fry, tranquillo pensionato inglese, esce di casa per spedirle una lettera. E invece, arrivato alla prima buca, spinto da un impulso improvviso, comincia a camminare. Forse perché ha con la sua amica un antico debito di riconoscenza, forse perché ultimamente la vita non è stata gentile con lui e sua moglie Maureen, Harold cammina e cammina, incurante della stanchezza e delle scarpe troppo leggere. Ha deciso: finché lui camminerà, la sua amica continuerà a vivere. Inizia così per Harold un imprevedibile viaggio dal sud al nord dell'Inghilterra, ma anche dentro se stesso: mille chilometri di cammino e di incontri con tante persone, che Harold illuminerà con la sua saggezza inconsapevole e la forza del suo ottimismo. Harold Fry è un eroe senza essere super, un tipo alla Forrest Gump, un uomo speciale capace di insegnarci a credere che tutto è possibile, se lo vogliamo davvero. Toccante, commovente, ma anche venato da un'irresistibile ironia, L'imprevedibile viaggio di Harold Fry di Rachel Joyce è un romanzo semplicemente indimenticabile: la più bella celebrazione dell'amicizia, dell'amore e dei sogni che vi capiterà di leggere per molto, molto tempo. 


L'imprevedibile viaggio di Harold Fry è forse la storia più "strana" - senza finire nel paranormale,  - che abbia letto nell'ultimo anno. 
è un romanzo in cui succede veramente poco: Harold cammina, soffre, conosce persone, incontra per la prima volta in vita sua "la gente", ma non ci sono grandi avvenimenti che portano svolte impreviste nella trama. Il viaggio di Harold ha un inizio e una fine. E noi lo accompagniamo. 
La cosa più bella di questo romanzo è sicuramente lo stile dell'autrice, Rachel Joyce. L'autrice indaga fino in fondo non solo i pensieri di Harold, ma anche la sua fisicità, il suo essere uomo di carne e sangue. Harold cammina, e ha le vesciche. E tutte le sere lava gli stessi vestiti col detersivo in polvere, e poi li mette ad asciugare sul termosifone. Dopo un po', invece, non li lava più, perché inizia a dormire per strada. La Joyce descrive tutto questo con chiarezza, ma anche con delicatezza ed eleganza: non c'è mai attenzione per il particolare disgustoso, o grottesco. Harold è un gentiluomo, e l'autrice è gentile con lui.
Oggetto principale del romanzo è la storia di Harold, di cui veniamo a conoscenza man mano lui procede nel suo viaggio. Ci sono parallelismi significativi, tra i due piani, presente e passato. Mentre comincia a ricordare la degenerazione di David, da figlio perfetto a... figlio meno perfetto (voglio evitare spoiler!) anche Harold comincia a fare fatica, a soffrire, a dormire per strada.
Alla fine del viaggio, e del romanzo, Harold ritrova quello che aveva perduto. C'è il lieto fine, quello che lui e sua moglie meritano. 

Vi è, purtroppo, una nota dolente: in alcuni punti il romanzo è un po' lento, la Joyce indulge nel descrivere il viaggio di Harold, inserendo alcuni elementi (a parer mio) non strettamente necessari. 
Il romanzo rimane comunque consigliato, lettura leggera che non scade mai nel banale.

sabato 11 gennaio 2014

Recensione: Il vero volto - Lanfranco Pesci

Sinossi (fornitami dall'autore): Durante una tranquilla notte, i teli che hanno fatto parte del corredo sepolcrale di Cristo vengono trafugati dalle cattedrali in cui sono custoditi da secoli. Dietro i furti, lo zampino di una misteriosa setta che decide di farli analizzare in gran segreto per svelare il mistero che avvolge la Sacra Sindone. Il Gran Maestro dell’Ordine dei Templari richiama al castello i suoi uomini migliori per mettersi sulle tracce dei teli scomparsi. Tutti iniziati all’arte degli assassini, addestrati alle pratiche dello spionaggio e del sapere esoterico. Aiutati da Lamech, ex mercenario convertitosi a spia papale e ostacolati da Sigmund, un enigmatico negromante straordinariamente affascinato dai reperti di Girolamo Segato, i protagonisti raggiungono il luogo in cui sta per consumarsi un incredibile e macabro sacrificio. La profezia di Nostradamus sta per avverarsi. Alcuni medici e studiosi vengono rapiti e chiamati a comporre un team ad hoc con il solo obiettivo di scoprire la verità sui Sacri Teli. Le ricerche portano ad una conclusione del tutto inaspettata: la Sacra Sindone è autentica, ma con essa, anche tutti gli altri teli. Inganni, tradimenti e colpi di scena si susseguono in un romanzo che vede come teatri degli scontri alcuni tra i più suggestivi luoghi d'Europa. Riusciranno mai, i protagonisti, a riconsegnare le Sacre Reliquie ai legittimi proprietari? Sarà pronta l’umanità a scoprire attraverso quale processo si è formata l’immagine impressa sul più venerato e osannato telo sepolcrale di Cristo? Ma ancora di più, sarà pronta l’umanità a scoprire qual è il nesso tra la Sacra Sindone e il famigerato Santo Graal? Solo la soluzione dell’enigma potrà dare una risposta, e questo dipende da te. 



Si tratta di un romanzo lungo, che esige una lettura attenta e concentrata, per non perdere nessun passaggio dell'enigma orchestrato.
La storia narrata muove da un eccellente punto di partenza, che incuriosisce subito il lettore: il romanzo, infatti, si focalizza su uno dei più grandi misteri di tutti i tempi, al quale l'autore arriva a proporre una soluzione; si tratta di un'ipotesi affascinante ma, non avendo le conoscenze adeguate, non entro nel merito della sua legittimità. 
Nell'intreccio, però, l'autore fa rientrare parecchi - forse troppi - elementi della nostra tradizione, rendendolo inevitabilmente un po' pesante e, a parer mio, troppo lungo: rimane ammirevole, tuttavia, la coerenza mediante la quale tutti questi elementi vengono collegati, segno di una grande conoscenza della storia e della cultura italiane e non solo. L'autore infatti non perde mai il filo del racconto, e nel finale ogni tassello trova il suo posto, anche se qualche coincidenza risulta, inevitabilmente, un po' forzata. 
Peccato, purtroppo, per lo stile: la narrazione è piatta e a tratti pesante, 
anche a causa delle continue chiarificazioni che l'autore si sente in dovere di fornire a chi legge, soprattutto al termine delle battute dei personaggi. Altra nota dolente è la punteggiatura: ci sono troppe virgole, e manca qualsiasi altra forma di correlazione / opposizione. 
A fare le spese di questo stile piatto, mediante il quale l'autore "spiega" e "racconta", ma non "mostra", sono i personaggi, che risultano privi di caratterizzazione e di approfondimento psicologico. Anche la storia, per quanto ben costruita, non risulta coinvolgente come meriterebbe.

In conclusione...lo consiglio agli appassionati di reliquie e di esoterismo, perché il testo è davvero interessante, ma non a chi si aspetta un thriller che tiene il lettore incollato alla pagina. 

martedì 31 dicembre 2013

La luce alla finestra–Lucinda Riley

TRAMA (da qlibri): Émilie de la Martinières ha sempre subito il giudizio di sua madre, regina indiscussa della scena mondana parigina. Ora ha trent'anni, ma la freddezza mascherata dal lusso e dagli agi con cui quella donna superficiale e distante l'ha cresciuta è un fardello ancora pesante da portare. L'improvvisa notizia della sua morte, tuttavia, risveglia in Emilie un groviglio di sentimenti contrastanti e dolorosi, soprattutto quando apprende di essere l'unica erede di un sontuoso castello nel Sud della Francia, un castello che nasconde le risposte a molti degli interrogativi che pendono sul suo passato: sarà un vecchio taccuino ritrovato tra quelle mura a metterla sulle tracce della misteriosa e bellissima zia Sophia, la cui tragica storia d’amore ai tempi della guerra ha segnato irrimediabilmente la sua famiglia. E perché all'improvviso continua a pensare a un uomo che ha appena conosciuto, proprio lei che si è sempre tenuta lontana dall'amore
Per il ciclo “non-toglietemi-il-mio-Kindle-e-il-mio-romanzetto-puccioso”, ecco l’ultima recensione del 2013: La luce alla finestra.
Per quanto riguarda i romanzi “leggeri” e di evasione, a tema amoroso ma non solo, Lucinda Riley è in assoluto la mia autrice contemporanea preferita. Non sbaglia un colpo. La struttura narrativa da lei delineata, con l’alternarsi tra passato e presente, coinvolge e cattura. Si fatica a staccarsi da ciascuno dei due piani temporali: arrivati al punto cruciale del presente, ricomincia a parlarti del passato, e viceversa, così che l’unica soluzione è leggere, leggere, leggere.
La vicenda del passato è ambientata negli anni della guerra, in quel sottobosco fatto di spie e di partigiani di cui abbiamo sempre l’impressione di sapere poco, e si muove tra Parigi e la campagna provenzale, dove finalmente la protagonista troverà la serenità che i suoi genitori non hanno potuto conoscere.
Lieto fine, quindi, come sempre in questi romanzi: ma non mancano le difficoltà, le battaglie, le perdite.
Il mio 2013 da lettrice si chiude così, alla fine di questo romanzo e a metà di La casa della gioia di Edith Wharton: proposito per l’anno nuovo è approfondire la figura di quest’autrice americana, e dedicarsi a qualche classico mai letto. Victor Hugo, e Proust.

(Post pubblicato, in origine, qui)

venerdì 13 dicembre 2013

Riscoprire le Piccole Donne

Complice un filmetto, trovato per caso su Sky e guardato da metà in poi, ho deciso, tra metà novembre e i primi di dicembre, di dedicarmi alla rilettura delle Piccole Donne, intendendo tutto il ciclo, comprensivo di Piccole donne, Piccole donne crescono, Piccoli Uomini, I ragazzi di Jo.
Ho cominciato così, un pomeriggio, per gioco. Leggendo Piccole donne sulla storica versione di mia mamma, e gli altri su Kindle, siccome ho scoperto, con orrore, che i miei occhi sopportano a fatica la visione dei piccoli caratteri delle mie meravigliose edizioni Giunti, in cui possiedo Piccole donne crescono e Piccoli uomini. Quanto a I ragazzi di Jo, non ne ho una versione in casa. Da bambina, probabilmente, avevo letto solo dei piccoli passaggi.

Ho ricominciato, casualmente, proprio nei giorni successivi allo scoppio dello scandalo riguardante le ragazzine dei licei romani che si prostituivano. Scherzando, ma non troppo, devo aver detto che ritenevo - parzialmente, s'intende - la scomparsa dell'usanza di leggere Piccole donne la causa della degenerazione dei costumi.
Ho quindi postato su Facebook, in un gruppo dedicato ai libri, la fatidica domanda: "Si usa ancora far leggere il ciclo delle Piccole donne?" e, con mia grande stupore, ho ottenuto parecchie risposte affermative e una sola nettamente negativa, di una persona che dichiarava che nei romanzi della Alcott le fanciulle vengono educate al solo scopo di accalappiare un uomo, e che quindi non li avrebbe mai proposti alle sue figlie. Questa signora, che non conosco, ha probabilmente letto con scarsa attenzione, e non volentieri, i romanzi; tuttavia è stata forse questa stessa obiezione a far sì che mi dedicassi alla lettura con più impegno e più attenzione rivolta verso i messaggi educativi e morali che i romanzi trasmettono.
La mia conclusione è che, sia Piccole donne sia Piccole donne crescono, sono romanzi modernissimi, capaci di regalarci insegnamenti sull'importanza di coltivare il senso del dovere, di combattere i propri difetti, l'impulsività e, soprattutto, di innamorarsi con sincerità e di essere in grado di dividere, col proprio compagno, gioie e dolori della vita matrimoniale. Anche su quest'ultimo punto, la Alcott è modernissima: Meg e John si dividono i compiti, litigano, e riescono a ritrovarsi: nessuna delle tre è educata per "accalappiare" e compiacere il proprio uomo, anzi. Tutte sono esortate a coltivare la propria personalità e i propri interessi, e finiscono per avvicinarsi a uomini di classi sociali diverse, con i quali condividono un progetto importante.
Secondo me, è proprio perché per la Alcott è tanto importante lo sviluppo della personalità, il sapersi, nel caso, ribellare alle convenienze sociali e il saper vivere fuori dalla famiglia pur senza perdere i contatti con essa, che l'unica che finisce per soccombere, nella battaglia per l'autoaffermazione, è Beth, che - per quanto questo possa causarci tante lacrime - non può che morire.

Per quanto riguarda Piccoli uomini - che da bambina avevo amato moltissimo - e I ragazzi di Jo, sono rimasta parzialmente delusa.
Nel primo ritroviamo, sicuramente, una memoria di giochi infantili che si è persa per sempre, giochi che sarebbe meraviglioso poter recuperare, perché stimolavano la fantasia e l'autonomia, caratteristiche che ritroviamo difficilmente nei bambini di oggi. Manca però una trama, assente anche in I ragazzi di Jo: si susseguono tutta una serie di episodi, e il personaggio principale è sicuramente Dan che a differenza di Beth - che non si lascia andare all'azione - non riesce a trovare pace in nessuna attività, e finisce per trovarla anche lui, precocemente, nel sonno eterno.
Ma quello che manca, in questi ultimi romanzi, sono le tre sorelle che, da adulte, pur essendo rimaste straordinariamente "loro", non risvegliano lo stesso affetto incondizionato. 

In conclusione, voglio sottolineare come sia importante non solo far leggere, almeno i primi due romanzi, ma soprattutto spiegarli: insegnare alle bambine a non saltare i passaggi moraleggianti, e a spiegare come anche i continui riferimenti alla Provvidenza (tipici della cultura americana dell'epoca) siano riconducibili all'interno di un sistema di valori che non moriranno devono morire mai.


mercoledì 13 novembre 2013

Il bordo vertiginoso delle cose

TRAMA (da qlibri): Mentre sorseggia il cappuccino come ogni mattina, seduto in un bar nel centro di Firenze, Enrico Vallesi legge una notizia sul giornale: in un conflitto a fuoco con i carabinieri, è rimasto ucciso un rapinatore, da poco uscito di galera. Il nome della vittima riporta Enrico alla fine degli anni Settanta, al primo giorno di liceo, quando in una classe di quindicenni aveva fatto la sua comparsa Salvatore. più volte bocciato, turbolento, il compagno che gli aveva insegnato come difendersi dalla violenza della strada e superare a testa alta quel territorio straniero che è l'adolescenza. Ai ricordi di Enrico si alterna il racconto del suo ritorno nella città dalla quale era partito, quando non aveva ancora conosciuto gioie e delusioni del matrimonio e del suo mestiere di scrittore. Un ritorno a casa in cerca di risposte ai propri tormenti, per scoprire quello che tanti anni prima si era lasciato alle spalle, ma anche per capire cosa è diventata nel frattempo la sua vita.
Tutti presi a parlare di chi c’è in testa alla classifica dei libri più venduti – io per ora sull’argomento taccio, ma sono quasi tentata di leggerlo, il primo in classifica, perché ho la poco diffusa abitudine di voler conoscere prima di (s)parlare – non ci siamo quasi accorti di chi c’è subito dietro, in seconda posizione. Esatto, proprio lui, Carofiglio. Il fatto che sia in seconda posizione, e non in centesima, rende, secondo me, il panorama della letteratura italiana un po’ meno triste.
L’Enrico de Il borgo vertiginoso ha qualcosa in comune con Giorgio de Il passato è una terra straniera, e se vogliamo anche con il primo Guerrieri. Insomma, la trama di questo Carofiglio è un po’ meno “nuova” ed è, come per tutti i romanzi in cui non è protagonista Guerrieri, abbastanza esile. C’è lui, che non è né carne né pesce, e poi c’è quello che lo tira dalla sua parte, mentre lui nemmeno capisce bene cosa ci sia, da quella parte. Anzi, quando comincia a capirlo non gli piace, ma sta lì. E si ribella solo quando viene toccato nel suo intimo, altrimenti, probabilmente, andrebbe avanti così. Una storia di media vigliaccheria, o di ordinario egoismo. Di cui tutti, prima o poi, ci siamo macchiati.   Sì, perché Carofiglio è Autore nel senso pieno del termine, cioè “colui che accresce”. E cosa, accresce? Accresce la vita. La nostra, di noi che leggiamo i suoi libri. Perché il suo modo inimitabile di scendere nei particolari, nel descrivere le sensazioni, con quella ironia inconfondibile, sua, ci fa aprire gli occhi su cose che sapevamo, ma non volevamo dirci.
Un suo romanzo lo si riconosce dalle prime righe perché non solo scrive (molto) bene, ma ha stile, una cosa abbastanza rara nel panorama della letteratura italiana contemporanea. Con il suo stile, con le sue parole, Carofiglio ci prende e ci caccia a forza dentro la nostra vita attraverso quella dei suoi personaggi.
E allora si che “dopo l’ultima pagina il romanzo finisce”, e noi auguriamo tutto il meglio a Enrico, a Giorgio, e a Guido. Quello che sogniamo per noi.

(Post pubblicato, in origine, qui)

venerdì 11 ottobre 2013

Marina Bellezza–Silvia Avallone

TRAMA (da qlibri ): Marina ha vent’anni e una bellezza assoluta. È cresciuta inseguendo l’affetto di suo padre, perduto sulla strada dei casinò e delle belle donne, e di una madre troppo fragile. Per questo dalla vita pretende un risarcimento, che significa lasciare la Valle Cervo, andare in città e prendersi la fama, il denaro, avere il mondo ai suoi piedi. Un sogno da raggiungere subito e con ostinazione. La stessa di Andrea, che lavora part time in una biblioteca e vive all’ombra del fratello emigrato in America, ma ha un progetto folle e coraggioso in cui nessuno vuole credere, neppure suo padre, il granitico ex sindaco di Biella. Per lui la sfida è tornare dove ha cominciato il nonno tanti anni prima, risalire la montagna, ripartire dalle origini. Marina e Andrea si attraggono e respingono come magneti, bruciano di un amore che vuole essere per sempre. Marina ha la voce di una dea, canta e balla nei centri commerciali trasformandoli in discoteche, si muove davanti alle telecamere con destrezza animale. Andrea sceglie invece di lavorare con le mani, di vivere secondo i ritmi antichi delle stagioni. Loro due, insieme, sono la scintilla.
Meno duro e straniante di Acciaio, che mi aveva lasciato una dose eccessiva di amaro in bocca, Marina Bellezza è più vero, più vivo. Lì era Piombino, qui sono le montagne del Biellese. Due luoghi circoscritti, descritti nel dettaglio, e allo stesso tempo sfuggenti. Due luoghi “dimenticati”, lontani, due microcosmi.
Un cervo morto all’inizio, e un cervo vivo, che corre nel bosco, alla fine. Potrebbe essere, anzi è, questa la metafora su cui si regge Marina Bellezza. Tanti personaggi, e al centro loro due, Marina e Andrea. Le loro scelte di vita, inconciliabili tra loro, e così “diverse”, “strane”, all’interno di una società. Marina che sogna di andare a Sanremo, di essere famosa, cercando di cavalcare gli anni Duemila e il successo muovendosi all’interno di uno scenario di provincia che non potrebbe essere più “anni Novanta”. E Andrea, che sogna di vivere come suo nonno, e di avere una moglie che lo prega di “metterla di nuovo incinta”?. Due personaggi del passato, e in mezzo un grande amore.
Da adulti impariamo che, il novanta per cento delle volte, l’amore vero non è quello sbattere di porte, quell’urlarsi contro per poi strapparsi i vestiti a vicenda all’aperto, quel piangere disperati in cambio di mezz’ora di felicità, ma viceversa è una cosa che si nutre di tranquillità, di serenità, di un giorno dopo l’altro. Eppure, nei sogni, noi facciamo ancora il tifo per gli amori disperati. E allora siamo lì, pagina dopo pagina, a pensare, a temere che Andrea e Marina non ce la faranno, che finiranno per distruggersi a vicenda. Eppure allo stesso tempo siamo lì, a fare irrazionalmente il tifo per loro, sperando che possano diventare adulti, nell’ultima pagina.

(Post pubblicato, in origine, qui)

venerdì 30 agosto 2013

Recensione – “La verità sul caso Harry Quebert”

TRAMA (da qlibri): Estate 1975. Nola Kellergan, una ragazzina di 15 anni, scompare misteriosamente nella tranquilla cittadina di Aurora, New Hampshire. Le ricerche della polizia non danno alcun esito. Primavera 2008, New York. Marcus Goldman, giovane scrittore di successo, sta vivendo uno dei rischi del suo mestiere: è bloccato, non riesce a scrivere una sola riga del romanzo che da lì a poco dovrebbe consegnare al suo editore. Ma qualcosa di imprevisto accade nella sua vita: il suo amico e professore universitario Harry Quebert, uno degli scrittori più stimati d'America, viene accusato di avere ucciso la giovane Nola Kellergan. Il cadavere della ragazza viene infatti ritrovato nel giardino della villa dello scrittore, a Goose Cove, poco fuori Aurora, sulle rive dell'oceano. Convinto dell'innocenza di Harry Quebert, Marcus Goldman abbandona tutto e va nel New Hampshire per condurre la sua personale inchiesta. Marcus, dopo oltre trent’anni deve dare risposta a una domanda: chi ha ucciso Nola Kellergan? E, naturalmente, deve scrivere un romanzo di grande successo.
Ovviamente, non potevo esimermi dallo scrivere qualche riga sul libro dell’estate, La verità sul caso Harry Quebert. L’ho divorato in pochi giorni, procurandomi tanta confusione e un po’ di mal di testa. Eh sì, questa non sarà una recensione positiva.
All’inizio, la storia comincia bene. Scorre fluida, in alcuni tratti fa sorridere, in altri proprio ridere. Ma dalla metà in avanti (o forse addirittura prima), si ha un crollo totale. Inizia un’affannosa ricerca di un modo per sciogliere il mistero, passando da un colpevole all’altro, arrivando a una conclusione a parer mio non solo deludente, ma anche non particolarmente convincente.
Inoltre, non credo si possa definire il romanzo particolarmente originale. La ragazzina pazza ricorda un po’, senza poterla assolutamente eguagliare, la Carrie di Stephen King, e il giovane deforme e problematico ricorda un po’ Julian Carax dell’Ombra del Vento.

(Post pubblicato, in origine, qui)

domenica 16 giugno 2013

La cugina americana–F. Segal

Trama (da qlibri): Hampstead Garden, nordovest di Londra, è il quartiere della buona borghesia ebraica, ricca, istruita, liberal, solidale: tutti conoscono tutti, tutti frequentano tutti, tutti sono pronti a soccorrere chiunque si trovi in difficoltà. Adam e Rachel si conoscono da sempre, si amano dall'adolescenza, e stanno per fidanzarsi. La comunità segue l'evolversi della relazione da quando è nata, tutti aspettano il matrimonio, i figli. Tutto va come dovrebbe andare fino a quando, da New York, città di liberi costumi e strane usanze, arriva Ellie, la cugina di Rachel: bellissima, fragile, dolce, infelice, anticonformista. Ellie è una sopravvissuta, come tanti dei membri anziani della comunità: non ai campi di concentramento, ma alla morte della madre in un attentato terroristico in Israele, e alla conseguente decisione del padre di vagare per il mondo portando la piccola con sé. Tra Adam ed Ellie è amore al primo sguardo. Entrambi resistono, si evitano, si cercano, irresistibilmente attratti e irrimediabilmente divisi. Fino a quando Adam, avvocato nello studio del padre di Rachel, viene incaricato di risolvere la situazione incresciosa, pericolosa, che Ellie si è lasciata alle spalle a New York. I due sono costretti a incontrarsi, per lavoro, fino a quando una malattia di Ziva, la nonna di Ellie e Rachel, fornisce ai due innamorati impossibili l'occasione di infrangere le regole.
Sono certa che non mi piacciano i sequel, ma dopo La cugina americana di Francesca Segal mi tocca invece riconsiderare i remake, che mai avevo preso in considerazione. La cugina americana si rifà infatti, completamente e con grande precisione, a L’età dell’innocenza di Edith Wharton. La vicenda è trasportata dagli Stati Uniti a Londra, con una grande novità: i protagonisti appartengono tutti alla comunità ebraica. Scelta che all’inizio mi ha lasciato un po’ perplessa, ma piano piano mi ha convinta: la particolarità della comunità ebraica diventa un perfetto parallelo con la specificità di quella americana dei primi del Novecento. E a questo punto, la “cugina” non può che diventare, da europea d’adozione che era nel romanzo della Wharton, americana.
Ho letto svariate recensioni del romanzo, e quasi tutte negative. La cosa, devo ammetterlo, mi ha un po’ stupito. La trama non mi è parsa noiosa, anche se mi sembra sia assolutamente necessario leggere prima il romanzo della Wharton.  Certo, alcuni passaggi e alcuni dialoghi possono sembrare “ottocenteschi”, ma non dobbiamo dimenticare che la Segal fa riferimento a una comunità ben specifica, al cui interno vigono regole ben precise. E mi sembra che il romanzo arrivi, alla fine, a dimostrare che i sentimenti umani, così come le debolezze, sono eterni. Eterno il desiderio di trasgressione, eterno il bisogno, soprattutto maschile, di “sistemarsi”, eterno il coraggio delle donne.
In conclusione: è un romanzo che si lascia leggere, malgrado la lentezza della trama, ma non credo si possa pensare di coglierne tutti i significati senza aver letto (e amato) L’età dell’innocenza.

(Post pubblicato, in origine, qui)

martedì 14 maggio 2013

Recensione: “Quattro etti d’amore, grazie”– C. Gamberale

Chiara-Gamberale-Quattro-etti-damore-grazieTRAMA ( da qlibri): Quasi ogni giorno Erica e Tea s'incrociano tra gli scaffali di un supermercato. Erica ha un posto in banca, un marito devoto, una madre stralunata, un gruppo di ex compagni di classe su Facebook, due figli. Tea è la protagonista della serie tv di culto "Testa o Cuore", ha un passato complesso, un marito fascinoso e manipolatore. Erica fa la spesa di una madre di famiglia, Tea non va oltre gli yogurt light. Erica osserva il carrello di Tea e sogna: sogna la libertà di una donna bambina, senza responsabilità, la leggerezza di un corpo fantastico, la passione di un amore proibito. Certo non immaginerebbe mai di essere un mito per il suo mito, un ideale per il suo ideale. Invece per Tea lo è: di Erica non conosce nemmeno il nome e l'ha ribattezzata "signora Cunningham". Nelle sue abitudini coglie la promessa di una pace che a lei pare negata, è convinta sia un punto di riferimento per se stessa e per gli altri, proprio come la madre impeccabile di "Happy Days". Le due donne, in un continuo gioco di equivoci e di proiezioni, si spiano la spesa, si contemplano a vicenda: ma l'appello all'esistenza dell'altra diventa soprattutto l'occasione per guardare in faccia le proprie scelte e non confonderle con il destino. Che comunque irrompe, strisciante prima, deflagrante poi, nelle case di entrambe.
Scrivere una nevrosi, o scrivere per sfuggire a una nevrosi? è la domanda che mi sono posta leggendo questo romanzo della Gamberale, che ho amato forse di più di Le luci nelle case degli altri, che avevo trovato un po’ troppo lungo. La mia domanda è del tutto priva di malizia, anzi. Nasce dal profondo di una che per anni ha scritto per sfuggire alla solitudine, alle paure, alla soffocante chiusura di un vicolo cieco.
è un libro pieno di nevrosi, questo. Quella di Tea, e quella di Erica. E spesso ti trovi a chiederti quale ti faccia più paura. Un gioco di relazioni, di incroci, di intrecci casuali. Un seguirsi ossessivo, assurdo. Nevrotico. Ti viene spontaneo avvicinarsi a una delle due, viverne da dentro la vita, che la Gamberale - come quando raccontava di Mandorla nelle Luci - ti fa vedere dall’interno, usando espressioni particolari, poco letterarie ma efficaci, precise. Anch’io, come Erica, mi sono sentita per tanto tempo sottovuoto.
Un mix di assurdità e quotidianità, amore e dipendenza. Consigliato, tantissimo.

(Post pubblicato, in origine, qui)

lunedì 29 aprile 2013

Recensione: “Io prima di te”– J. Moyes

TRAMA (da ibs.it): A ventisei anni, Louisa Clark sa tante cose. Sa esattamente quanti passi ci sono tra la fermata dell'autobus e casa sua. Sa che le piace fare la cameriera in un locale senza troppe pretese nella piccola località turistica dove è nata e da cui non si è mai mossa, e probabilmente, nel profondo del suo cuore, sa anche di non essere davvero innamorata di Patrick, il ragazzo con cui è fidanzata da quasi sette anni. Quello che invece ignora è che sta per perdere il lavoro e che, per la prima volta, tutte le sue certezze saranno messe in discussione. A trentacinque anni, Will Traynor sa che il terribile incidente di cui è rimasto vittima gli ha tolto la voglia di vivere. Sa che niente può più essere come prima, e sa esattamente come porre fine a questa sofferenza. Quello che invece ignora è che Lou sta per irrompere prepotentemente nella sua vita portando con sé un'esplosione di giovinezza, stravaganza e abiti variopinti. E nessuno dei due sa che sta per cambiare l'altro per sempre. "Io prima di te" è la storia di un incontro. L'incontro fra una ragazza che ha scelto di vivere in un mondo piccolo, sicuro, senza sorprese e senza rischi, e un uomo che ha conosciuto successo, la ricchezza e la felicità, e all'improvviso li ha visti dissolversi, ritrovandosi inchiodato su una sedia a rotelle. Due persone profondamente diverse, che imparano a conoscersi senza però rinunciare a se stesse, insegnando l'una all'altra a mettersi in gioco.
Divorato in un pomeriggio, tre ore, in un crescendo di ansia, commozione, curiosità. Uno dei più belli letti nel 2013, anche se all’inizio la storia mi pareva troppo vicina a Quasi amici.
Romantico, dolce, delicato. Ben scritto, scorrevole. Mai scontato. Commovente ma non patetico: non ho mai pianto, anche se l’angoscia e la malinconia mi serravano la gola. Perché i toni sono sempre sommessi, dolci, pacati, mai esagerati, mai carichi.
I personaggi sono tutti ben tratteggiati, quelli simpatici come quelli odiosi. Figure complete, da apprezzare o disprezzare.
Il tema trattato… beh, è impegnativo, molto. L’autrice non ci offre una chiave di lettura univoca, non traspare il suo parere. Dobbiamo decidere noi da che parte stare, cosa pensare, di fronte a quello che può diventare il dilemma della vita.
E il libro si chiude con una straordinaria immagine di pace, di quelle che solo l’amore sa dare.

(Post pubblicato, in origine, qui)

domenica 28 aprile 2013

Recensione: “Gli ingredienti segreti dell’amore” N. Barreau

TRAMA (da ibs.it):  Le coincidenze non esistono. Aurélie Bredin ne è sicura. Giovane e attraente chef, gestisce il ristorante di famiglia, Le Temps des Cerises. È in quel piccolo locale con le tovaglie a quadri bianchi e rossi in rue Princesse, a due passi da boulevard Saint-Germain, che il padre della ragazza ha conquistato il cuore della futura moglie grazie al suo famoso Menu d'amour. Ed è sempre lì, circondata dal profumo di cioccolato e cannella, che Aurélie è cresciuta e ha trovato conforto nei momenti difficili. Ora però, dopo una brutta scottatura d'amore, neanche il suo inguaribile ottimismo e l'accogliente tepore della cucina dell'infanzia riescono più a consolarla. Un pomeriggio, più triste che mai, Aurélie si rifugia in una libreria, dove si imbatte in un romanzo intitolato "Il sorriso delle donne". Incuriosita, inizia a leggerlo e scopre un passaggio del libro in cui viene citato proprio il suo ristorante. Grata di quel regalo inatteso, decide di contattare l'autore per ringraziarlo. Ma l'impresa è tutt'altro che facile. Ogni tentativo di conoscere lo scrittore - un misterioso ed elusivo inglese - viene bloccato da André, l'editor della casa editrice francese che ha pubblicato il romanzo. Aurélie non si lascia scoraggiare e, quando finalmente riuscirà nel suo intento, l'incontro sarà molto diverso da ciò che si era aspettata. Più romantico, e nient'affatto casuale.
Ecco una nuova recensione, dopo tanto tempo. Lo studio e la stanchezza ti portano via il tempo per leggere, purtroppo. Ma questo romanzo si è inserito tranquillamente in un viaggio in treno, e nella sera prima di un esame.
La cosa più bella in assoluto di questo libro è la copertina, la peggiore è la protagonista. Aurélie non ha mai letto un libro in vita sua, e come se non bastasse agisce, pensa e parla come se avesse 15 anni. Ma d’altronde, cosa aspettarsi da una che, ribadiamolo, non ha mai letto un libro in vita sua?
La storia però è apprezzabile, si legge rapidamente e senza intoppi. Il protagonista maschile, André, è affascinante e acuto al punto giusto.
Nelle prime pagine del libro, avevo avvertito degli echi da L’opera di Zola, oltre che ravvisato nel personaggio di Claude, ex – fidanzato di Aurélie, dei comportamenti che erano tipici del grande Degas, oltre che Dickens. Peccato che questa linea si perda col passare delle pagine.

(Post pubblicato, in origine, qui)

domenica 17 febbraio 2013

Recensione: “Le affinità alchemiche”– Gaia Coltorti

TRAMA (da amazon.it):Giovanni ha diciotto anni, trascorsi quasi tutti a Verona, dove è nato. Una vita tranquilla, qualche amico e, ogni giorno, i lunghi allenamenti in piscina per prepararsi alle gare. Anche a casa regna la quiete: Giovanni vive solo con suo padre, notaio, in quel genere di grande appartamento abitato da due uomini che ogni donna può immaginarsi. Selvaggia ha diciotto anni, molte amiche e diversi spasimanti, vive sul mare e assapora l'estate appena iniziata quando sua madre le sconvolge la vita: si trasferiranno per ragioni di lavoro. Selvaggia cambierà scuola, dovrà ricominciare tutto da capo e lo dovrà fare a Verona, la città dove è nata e da cui proprio la mamma, tanti anni prima, l'aveva portata via, separandola dal padre e dal fratello gemello. Quando Selvaggia varca per la prima volta la soglia della nuova casa, Giovanni è rintanato in camera sua. Gli basta la voce di lei per capire che nulla sarà più come prima. Giovanni scopre quella voce come un regalo, ma al tempo stesso la riconosce, è un suono che vive da sempre dentro di lui: Selvaggia, la sorella perduta, è tornata nella sua vita, per sempre. Lei a Verona non conosce nessuno: solo Johnny - come lo ha subito ribattezzato - può farle da guida e tenerle compagnia nei tre lunghi mesi che devono trascorrere prima della ripresa scolastica. Selvaggia è bellissima, piena di fascino ma anche capricciosa fino allo sfinimento, croce e delizia per il fratello ritrovato. Presto tra i due si sprigiona un'elettricità, un magnetismo, un'affinità...
I motivi per cui ho letto questo libro non sono esattamente nobili. Ho letto l’intervista alla sua autrice su Vanity Fair e l’ho trovata antipatica e un po’ presuntuosa, di quella presunzione coperta di falsa modestia (spero mi perdoni, se mai dovesse passare di qua). Insomma, ho scaricato il libro per vedere quanto faceva schifo. Beh, non fa schifo.
L’autrice ha vent’anni, e l’ha scritto a diciassette. Tanto di cappello, assolutamente. Una storia controversa, provocante, destinata a far discutere. La storia di un incesto, raccontato senza volgarità, senza grottesco compiacimento.
I due personaggi principali, Selvaggia e Johnny, ci sono, eccome. Sono profondi, completi, ben descritti e soprattutto ben scritti. Quello che manca è lo sfondo. Mancano le città, Verona, Genova e Roma. Mancano soprattutto i loro genitori, che sono due figure di carta appena ritagliate, e assolutamente inverosimili. Peccato, davvero. L’autrice avrebbe potuto far di più, perché è in grado.
E’ un libro scritto bene, con uno stile molto personale, anche se a tratti un po’ ingenuo. La voce narrante è esterna, un narratore onnisciente senza volto che si rivolge a Johnny con il tuo e lo accompagna in questa storia di amore, dolore e perdizione. Una lingua che mescola stilemi alti, suoni arcaici a voci da fumetto, e a slang giovanili. Un mix che ho apprezzato, che non ho trovato né presuntuoso né lezioso, come invece ho letto altrove. Qua e là c’è qualche ingenuità, che credo nel prossimo romanzo della Coltorti non ci sarà più.
Però..c’è un però. Da metà in poi siamo stufi, la storia si trascina, non ci sono nuovi eventi, il supposto colpo di scena finale non è tale. La trama è piatta, incolore. Non si arricchisce, continua sempre uguale precipitando verso un finale scontato, che a quel punto i personaggi si meritano in pieno. Peccato, di nuovo, perché l’autrice ha tutte le carte per far di più, come ho già detto.                        Il vero mistero, a parer mio, è perché abbia scelto di raccontare una storia del genere. Non riesco a leggerci sotto nessun messaggio, niente di niente. Solo una provocazione che.. non provoca nessuna reazione. Nemmeno un sano disgusto.
Ok, questa recensione è negativa. Ma Le affinità alchemiche non è un brutto libro, e il linguaggio dell’autrice fa concorrenza a quello di scrittori più adulti e più affermati di lei.

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sabato 16 febbraio 2013

Recensione: “Quel che ora sappiamo”–Catherine Dunne

TRAMA (da qlibri):
Daniel Grant è un adolescente appassionato e di talento: la musica, il disegno, la fotografia, le uscite in barca a vela. Ha un amico del cuore, che per lui è come un fratello, e una famiglia allargata calorosa e avvolgente nella sua complessità. Non manca niente, e il futuro si preannuncia altrettanto generoso. Fino a una domenica di settembre e a un evento tragico che precipita Ella e Patrick, i suoi genitori, in una voragine di dubbi e sensi di colpa. Perché è accaduto? E loro, sempre così dediti e attenti, dov’erano? Quali segnali non hanno saputo o voluto cogliere? Scoprire la verità, per quanto dolorosa, è l’unico modo per dare un senso e prospettive dignitose a una vita che sembra aver perso ogni sapore, ogni colore. Perché «non c’è nulla di più potente della conoscenza», anche quando rischia di annientarti. Comincia così una ricerca ostinata di tracce e responsabilità, fatta anche di brucianti attriti familiari, che illumina a poco a poco di una luce diversa volti, situazioni, dettagli appena intravisti e poi rimossi, ma restituisce al tempo stesso la certezza della gioia condivisa, dell’amore scambiato. E il finale, contrariamente a ogni aspettativa, è una festa, un commiato colmo di speranza da un gruppo di personaggi disegnati con una sapienza e una delicatezza sorprendenti, più veri del vero, eppure – anzi, forse proprio per questo – straordinari.
Il mio primo pensiero, leggendo le prime pagine è stato…”non devo farlo leggere a mia mamma”.  L’argomento è purtroppo di grande attualità, ma non per questo meno angosciante. Patrick e Ella si trovano a fare i conti col suicidio del figlio, in una girandola di responsabilità, di silenzi, di colpe, di non detti. Di “troppo tardi”, di rabbia, di paura.  Marito e moglie, genitori dello stesso figlio, innamorati ma molto distanti come età e come vissuto, essendo lui già padre di tre figlie, che a modo loro li aiutano nella lotta contro il male, li aiutano a risalire verso la quiete, dopo aver risolto le loro divergenze.
L’ho letto d’un fiato, per vedere come andava a finire, in poche ore. Ma non posso dire che mi sia piaciuto. Il racconto è spezzettato, non si capisce bene quando siano ambientati gli eventi narrati, qua e là c’è qualche imperfezione anacronistica (il Blackberry esisteva già nel 1999?), il racconto è affidato a troppe voci, che non riescono a scandagliarlo. I personaggi, Ella e Patrick, sono dei ritagli, piatte figure di carta. O meglio: dei mal riusciti collage di altri, e ben più grandi, personaggi della Dunne.

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giovedì 14 febbraio 2013

Recensione: “Il giardino delle pesche e delle rose”– Joanne Harris

TRAMA (da qlibri): Il vento ha ricominciato a soffiare. Vianne Rocher lo sa: è un segnale, qualcosa sta per succedere. Quando riceve una lettera inaspettata e misteriosa, capisce che ormai niente può opporsi a quel richiamo. Vianne non ha altra scelta che seguirlo e tornare a Lansquenet, il villaggio dove tutto è cominciato, il paese dove otto anni prima aveva aperto una cioccolateria. Qui, adesso come allora, regnano ancora la diffidenza e i pregiudizi, ma molte cose sono cambiate. Il profumo delle spezie e del thè alla menta riempie l'aria, donne vestite di nero camminano veloci e a capo chino per le viuzze e di fronte alla Chiesa, sulla riva del Tannes, è stato costruito un minareto. All'inizio la convivenza tra gli abitanti e la comunità musulmana era stata tranquilla e gioiosa, ma un giorno tutto era cambiato ed erano iniziate le incomprensioni, le violenze, il fuoco. Il curato Francis Reynaud è disperato e vuole a tutti i costi salvare la sua comunità e tornare all'armonia di una volta. E ha capito che solo una donna può aiutarli, Vianne, l'acerrima nemica di un tempo. Solo lei potrebbe portare la pace, solo lei potrebbe capire gli occhi diffidenti e impauriti delle donne che si celano sotto il niqab. Ma soprattutto solo lei può comprendere l'enigmatica e orgogliosa Inès. Ma non è facile leggere la paura e sconfiggere le ipocrisie e le menzogne che serpeggiano tra le due comunità. Eppure Vianne sa come fare, c'è una vecchia ricetta che potrebbe venirle in soccorso
Il titolo originale è incomparabilmente più bello: Peaches for Monsieur le Curé.
Chocolat mi è piaciuto, Le scarpe rosse mi ha stregata, Il giardino delle pesche e delle rose…l’ho adorato. Uno di quei libri che non vedi l’ora di finire, e appena l’hai finito sei persa, sola. Con l’ultima pagina, rimaniamo orfani di Vianne Rocher, che deve riprendere il suo viaggio.
Vianne di nuovo a Lansquenet. Vianne che deve aiutare quello che nel primo romanzo era il suo nemico, Monsieur le Curé. Di nuovo una narrazione a due voci, che stavolta sono quella di Vianne e quella di Reynaud. Ed è meraviglioso come attraverso questo scambio di voci la Harris riesca a farci entrare nel personaggio, a farci provare simpatia, paura, commozione per padre Francis, che in Chocolat ci provocava solo antipatia e indignazione.
Una Lansquenet cambiata,  con dei nuovi abitanti, i cosiddetti maghrébins, che ci diventano familiari come Joséphine e Caroline Clairmont. Una storia di integrazione, di ignoranza, di pregiudizi. Di violenza, di barbarie, di paura. Di amicizia, di amore. La Harris ci racconta tutto questo con toni delicati, ma senza nasconderci le nostre ipocrisie quotidiane, piccole ma non meno aberranti.
E accanto a Vianne, a Anouk, a Rosette, a Bam e Pantoufle c’è sempre Roux, che questa volta è meno domestico, più coraggioso e zingaresco, com’era in Chocolat. E la stessa Vianne coraggiosa di Chocolat si ritrova a fare i conti con le difficoltà di un rapporto di coppia, i dubbi e le gelosie. E forse impara ad ammettere di aver bisogno di qualcuno.

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domenica 27 gennaio 2013

Recensione: Istruzioni per l’odio, S. Montella

Da Il foglio letterario:
Raccontare i piccoli orrori della quotidianità, il loro rifiuto, la loro finale accettazione.
Un libro psico-politico in cui un ragazzo cerca di fare a se stesso quello che Berlusconi ha fatto al paese. Un libro di sinistra, ma così di sinistra che può piacere soprattutto a quelli di destra. Succede che Silvio lo perseguita, e un precario qualunque passa dalla laurea con lode alla disoccupazione.
Che fare?
Si tratta della domanda cui i poveracci di tutto il mondo cercano da secoli una risposta.
Quando Simone mi ha proposto di leggere e recensire il suo libro ho accettato volentieri, ma non del tutto serenamente: le righe che ho postato sopra, che fanno da presentazione al suo romanzo, mi avevano messo addosso un po’ di inquietudine, un po’ d’ansia. Temevo fosse qualcosa di troppo complicato, di troppo pesante, di troppo politico… Quindi, se c’è qualcosa che non mi piace del suo libro sono queste righe di presentazione, che non gli rendono giustizia.

L’ho letto due volte, la prima rotolandomi dal ridere in alcuni punti e con l’ansia di scoprire come andasse a finire, con la consapevolezza che non poteva finire come immaginavo io, perché già la prima pagina aveva soppresso questa possibilità. Finale inaspettato, nonostante non ce ne fosse un altro possibile, a pensarci bene. La seconda volta l’ho riletto con calma, per poterlo analizzare meglio, e mi sono attardata a evidenziare e commentare molti passaggi, col desiderio di riportarli e commentarli. Non lo farò, perché non voglio mettere troppa carne al fuoco: voglio che questo sia un invito alla lettura, più che una recensione.

Leggendo questo romanzo, mi sono sentita meno sola coi miei pensieri bizzarri, contorti, con le mie paure. Non è un libro politico, è un libro sociale. Non è un libro su Berlusconi ma sul berlusconismo, nell’accezione ampia del termine.  Fa ridere, tanto. Soprattutto perché ci si riconosce, e proprio per questo fa pensare, turba un po’. Ci si ritrova in quei ragionamenti stereotipati che il protagonista si accorge, con orrore, essere diventati suoi.

Questo romanzo ci mostra dall’interno, da dentro la testa del personaggio, come ci si trovi a vivere in una società dell’apparire (meraviglioso quando pensa alla donna da scegliersi.. “Identificare un target, il punto è trovare una via di mezzo, questo è un target”), del possesso, del bisogno indotto dal benessere.  Proprio per questo mostrare le cose “dall’interno”, la scelta della prima persona è pienamente giustificata, oltre che perfetta. Il protagonista parla di sé con l’io e con il tu – rivolgendosi a se stesso – a volte anche nello stesso periodo: una scelta stilistica che può non piacere, ma che io personalmente adoro. Uno stile convulso, claustrofobico, che ci porta dritti dentro i ragionamenti perversi e malati del protagonista, descritti in maniera dettagliata, precisa ma mai asettica. Ragionamenti che sono anche i nostri, quando siamo stanchi, affannati (quando cerca di piantare i gerani…), ubriachi. Descrizioni che sono esercizi di verità, e non di bello stile.

Di “bello stile” non ce n’è, nel senso estetico del termine, ecco. Qualche volta qualche congiuntivo (mancato) mi ha un po’ turbata, ma l’autore si fa perdonare subito con qualche frase, qualche sentenza che ti tocca dentro, ti colpisce per la sua ovvietà. Per la serie… so benissimo che è così, ma così non sono mai stata capace di dirlo….“odiare una persona nasce spesso da questo, nasce dai rapporti di forza che non si possono mai sovvertire nemmeno chiacchierando del più e del meno”.

Mi fermo qui perché non voglio dire troppo, voglio davvero invitarvi a leggere. Perché fa pensare, indipendentemente da quelle che sono le vostre convinzioni / posizioni politiche o scelte di vita. Fa venir voglia di conoscere la persona che sta dietro quella penna, e scusate se è poco.

(Post pubblicato, in origine, qui)

venerdì 25 gennaio 2013

In difesa degli ebooks

Sono un po' stufa di leggere qua e là post apocalittici contro i vari lettori ebook, contro gli ebooks stessi, tutte quelle solfe come... i libri non ci saranno più, moriranno, come fate a leggere su una tavoletta...

UFFA!

Amo i libri, li ho sempre amati. E ne ho tanti. Ma hanno due grandi difetti, soprattutto agli occhi di una giovane studentessa sempre con la valigia in mano: costano, più dei cugini elettronici, e PESANO. Credo che chi legge a ritmi serrati come me (parlo di 8/10 libri al mese) non possa permettersi di comprarli tutti, e a non a tutti le biblioteche piacciono: sono un po' schizzinosa, nel senso che non mi piace portarmi a letto qualcosa che è stato al bagno con qualcun altro, e mi dimentico sempre le scadenze.

Capisco la diffidenza, e le scelte di che preferisce continuare a leggere libri tradizionali (posto che anch'io, se di qualche cartaceo ho già i volumi precedenti, o tutti quelli dello stesso autore.. li compro!). Ma non capisco i toni apocalittici di chi dice che i libri soccomberanno all'avanzata degli ebook e cose simile. Si tratta di due prodotti diversi, destinati a pubblici diversi con esigenze diverse. Si tratta di esperienze di lettura diverse, ma non di diversa intensità.

Concludo con... un buon lettore ebook... non fa male agli occhi, e non fa venire mal di testa!

martedì 22 gennaio 2013

Recensione: Io sono Heathcliff, Desy Giuffré

TRAMA (dal sito ufficiale del romanzo): Elena Ray è una ragazza ricca e viziata, la sua apparente superficialità nasconde però le tipiche sofferenze adolescenziali. Damian Ludeschi è un affascinante ladro di strada, amante del pericolo e romantico sognatore, incapace di accettare l’abbandono del padre e di assecondare i voleri di uno zio violento e avido di potere. Le loro vite sembrano non avere nulla in comune, se non fosse per un’antica maledizione che lega entrambi alla vecchia tenuta conosciuta con il nome di Wuthering Heights, e ai loro storici proprietari: Catherine Earnshaw e il suo amato Heathcliff. Abbiamo imparato a conoscerli e ad amarli nel classico senza tempo Cime tempestose, che ha fatto palpitare tanti cuori, e ora li ritroviamo come spiriti disposti a tutto, anche ad appropriarsi delle vite dei due giovani protagonisti pur di avere una seconda possibilità di vivere il loro sfortunato e triste amore. Non sarà il destino a decidere per loro, ma il segreto custodito nell’epitaffio di una tomba, che dà vita al sequel fantasy di una delle storie più amate della letteratura inglese: «Le rocce ne saranno custodi. La brughiera prigione. Finché una Figlia di Sangue non giungerà per ridare il sale alle loro ossa. E la terra non griderà più i loro nomi».
Di questo romanzo ho letto tantissime recensioni, per lo più negative. Credo che alla base vi sia un grandissimo equivoco di fondo, o almeno io voglio sperare che di equivoco si tratti. Questo romanzo non è, e non può essere, il “sequel” di Cime tempestose, come invece è stato presentato. E’ un romanzo ispirato a Cime Tempestose, a parer mio. Cosa ben diversa, come tutti sappiamo. Non penso si possa fare un “sequel” di tale mostro sacro. Non si può fare un sequel di (quasi) nulla, per come la vedo io Sorriso.
L’ho letto in una giornata, metà sul treno e metà alla sera a casa. Una lettura piacevole, il romanzo è scritto in maniera gradevole, senza punte di eccellenza. E’ carino che all’inizio di ogni capitolo siano citati passaggi tratti dal celebre romanzo della Bronte. E’ un po’ adolescenziale, nel senso che… è una lettura per adolescenti, per ragazze, secondo me. Io sono un po’ fuori tempo massimo per leggerlo, ma l’ho gradito molto.
Visto così, è un buon libro.
Ha un pregio enorme, grandissimo: vi fa venir voglia di rileggere Cime Tempestose!

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lunedì 21 gennaio 2013

Recensione: Il seggio vacante– J. K. Rowling

TRAMA (da qlibri):
A chi la visitasse per la prima volta, Pagford apparirebbe come un’idilliaca cittadina inglese. Un gioiello incastonato tra verdi colline, con un’antica abbazia, una piazza lastricata di ciottoli, case eleganti e prati ordinatamente falciati. Ma sotto lo smalto perfetto di questo villaggio di provincia si nascondono ipocrisia, rancori e tradimenti. Tutti a Pagford, dietro le tende ben tirate delle loro case, sembrano aver intrapreso una guerra personale e universale: figli contro genitori, mogli contro mariti, benestanti contro emarginati. La morte di Barry Fairbrother, il consigliere più amato e odiato della città, porta alla luce il vero cuore di Pagford e dei suoi abitanti: la lotta per il suo posto all’interno dell’amministrazione locale è un terremoto che sbriciola le fondamenta, che rimescola divisioni e alleanze. Eppure, dalla crisi totale, dalla distruzione di certezze e valori, ecco emergere una verità spiazzante, ironica, purificatrice: che la vita è imprevedibile e spietata, e affrontarla con coraggio è l’unico modo per non farsi travolgere, oltre che dalle sue tragedie, anche dal ridicolo.
A proposito di questo romanzo, ho letto parecchie recensioni entusiaste. Mi sono guardata un po’ in giro, ne ho letta qualcuna, ma non sono stata pienamente d’accordo con nessuna.
Mi è piaciuto, intendiamoci. Ma non così tanto, non così totalmente. é scritto in una maniera semplice; le descrizioni dei caratteri, così come dei luoghi, sono il forte della Rowling. L’ho trovato un po’ troppo lungo, un po’ come gli ultimi Harry Potter. Per di più, non c’è una vera trama: è la descrizione di una serie di situazioni che si sovrappongono, per cui il gran numero di pagine stanca un po’. All’inizio ho fatto fatica a collocare i vari personaggi, le parentele, come mi è capitato con alcuni Harry Potter, del resto.
Il libro della Rowling è un viaggio nella società, nel degrado, nella bassezza. Non c’è lieto fine, e non potrebbe esserci. Il sesso è ovunque, ed è una presenza inquietante, cupa, spesso “sporca”, mai gioiosa. Alla fine è portatore di morte, in un atroce gioco di contrasti con le leggi della natura.
I personaggi, al pari del sesso, sono descritti impietosamente, quasi con rabbia, con un occhio acuto e indagatore che però non sfugge il compiacimento nei confronti del grottesco, del particolare disgustoso.
Non c’è una figura positiva, tranne forse il defunto Barry, segno che anche la Rowling non sfonda il comandamento “dei morti non si parla male”. La di lui vedova, invece, pur nella sua apparente correttezza, signorilità, dignità, raggiunge verso la fine a parer mio livelli di aberrazione pazzeschi, di crudeltà e di freddezza. Tutti i personaggi provano emozioni dirette ad individui diversi da sé stessi, ma non Mary Fairbrother.
In conclusione, si legge, e anche bene. E’ interessante, molto. Ma non l’ho trovato eccezionale.

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lunedì 7 gennaio 2013

Recensione: I custodi della biblioteca–Glenn Cooper

TRAMA (da qlibri): Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio… Il silenzio in cui si sono suicidati gli scrivani di Vectis. Dopo aver compilato la sterminata Biblioteca che riporta il giorno di nascita e di morte di ogni uomo vissuto dall’VIII secolo in poi, la loro eredità è una data: il 9 febbraio 2027. Ma la giovane Clarissa non sa nulla di tutto ciò. Il suo unico pensiero è fuggire. Fuggire da quell’abbazia maledetta, per mettere in salvo il dono più prezioso che Dio le abbia mai concesso. Il futuro dell’umanità è un mistero nascosto tra le pagine di un libro… Il libro in cui è indicato il giorno del giudizio. Mentre il mondo s’interroga su cosa accadrà davvero il 9 febbraio 2027, alcune persone ricevono una cartolina sulla quale ci sono il disegno di una bara e una data: il giorno della loro morte. Proprio come all’inizio della straordinaria serie di eventi che avevano portato alla scoperta della Biblioteca dei Morti. C’è soltanto una differenza: tutte le «vittime» sono di origine cinese. È una provocazione? Un avvertimento? L’ultima verità non è mai stata trovata… Will Piper ha trovato la pace: sa che vivrà oltre il 9 febbraio 2027, e ha deciso di lasciarsi alle spalle l’enigma della Biblioteca di Vectis e la sua secolare scia di sangue. Almeno finché suo figlio non parte all’improvviso per l’Inghilterra e poi sparisce nel nulla. D’un tratto, per Will, ogni cosa torna a ruotare intorno all’origine della Biblioteca dei Morti. Lì dove tutto è cominciato. E dove tutto finirà. Se il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio, se il futuro dell’umanità è un mistero nascosto tra le pagine di un libro, solo nella Biblioteca dei Morti si può trovare l’ultima verità
Sono un po’ a disagio nello scrivere questa recensione, abbastanza negativa: solo un paio di giorni prima di leggerlo avevo magnificato quest’autore a un’amica, contrapponendolo a Dan Brown. Cooper continua, assolutamente, a vincere il confronto con l’autore de Il codice da Vinci, ma quest’ultimo (?) capitolo della saga de La biblioteca dei morti è stato davvero una delusione.
Ho apprezzato molto il primo volume, La biblioteca dei morti, e adorato il secondo, Il libro delle anime. Dei libri fuori saga mi è piaciuto molto La mappa del destino, un po’ meno Il marchio del diavolo.
Ciò che c’era di davvero apprezzabile, soprattutto ne Il libro delle anime, era la presenza di una storia sotto la storia principale, il fatto che lo sviluppo di ciò che era accaduto nel passato venisse seguito parallelamente allo snodarsi del presente. Si trattava per altro di “sotto - storie” in cui l’autore dava prova, oltre che di una fervida fantasia, di una cultura straordinaria.  Anche qui c’è un tentativo in questo senso, ma talmente esile da risultare per l’appunto null’altro che un tentativo abbozzato e mal riuscito.
I personaggi… anche qui, appena tratteggiati. Il protagonista, Will Piper, è ormai diventato uno stereotipo, quasi la caricatura di quello che era nei due tomi precedenti. Inesistente l’approfondimento psicologico sul figlio. Anche il tradimento finale, che potrebbe e dovrebbe sfociare in una tragedia famigliare (non dico di più per evitare spoiler), si chiude in nulla di fatto, viene liquidato in un paio di righe.
Simpatiche, invece, tutte le novità tecnologiche inserite da Cooper in questo romanzo, ambientato nel 2026.
In conclusione.. si lascia leggere, è scritto bene, ma non è niente di che.
Spero che questa saga sia finita, anche se il finale può far pensare che continui…

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venerdì 21 dicembre 2012

Recensione: “Eredità”–Lilli Gruber

TRAMA (da aNobii): È il novembre del 1918, e il mondo di Rosa Tiefenthaler è andato in frantumi. L’Impero austroungarico in cui è nata e vissuta non esiste più: con poche righe su un Trattato di pace la sua terra, il Sudtirolo, è passata all’Italia. “Il nostro cuore e la nostra mente rimarranno tedeschi in eterno”, scrive Rosa sul suo diario. Colta e libera per il suo tempo, lo tiene da quasi vent’anni, dal giorno del suo matrimonio con l’amato Jakob. Mai avrebbe pensato di riversare nelle sue pagine una così brutale lacerazione. Ne seguiranno molte altre. In pochi anni l’avvento del fascismo cambia il suo destino. Cominciano le persecuzioni per lei e per la sua famiglia, colpevoli di voler difendere la loro lingua e la loro identità: saranno arrestati, incarcerati, mandati al confino. E Rosa assiste impotente al naufragio di tutte le sue certezze. Intorno a lei, troppi si lasciano sedurre da un sogno pericoloso che si sta affacciando sulla scena europea: quello della Germania nazista. Non potrà impedire che Hella, la figlia minore, sia presa nel vortice dell’ideologia fatale di Hitler. E presto dovrà affrontare la scelta impossibile tra l’oppressione e l’esilio. Nata austriaca, vissuta sotto l’Italia, morta all’ombra del Reich, Rosa è il simbolo dei tormenti di una terra di confine. Su quella frontiera è cresciuta Lilli Gruber, sua bisnipote, che oggi attinge alle parole del suo diario. E racconta una pagina di storia personale e collettiva in questo libro appassionato, teso sul filo del ricordo, illuminato da una felice vena narrativa. Intrecciando testimonianze e documenti, lettere e memorie, apre ai lettori le porte di un Sudtirolo dilaniato e splendido, dietro cui si stagliano un’Italia presa nella morsa della dittatura e un’Europa travolta dall’incubo delle guerre mondiali.
All’inizio della lettura, sono stata tentata di abbandonare questo libro: ero un po’ annoiata, affaticata da quello che – pur essendo stato presentato dalla sua autrice a Che tempo che fa come un romanzo – mi sembrava un saggio storico neanche troppo brillante. Arrivata a più o meno un quarto del libro, ho riveduto totalmente la mia posizione: Eredità di Lilli Gruber è avvincente (quasi) come un romanzo, insegna come un saggio storico e fa riflettere ancora di più.

E’ avvincente come un romanzo perché – come si evince dalla trama – ci tiene ancorati alla storia di una famiglia precisa, e soprattutto alle vite di due donne ben delineate: la coraggiosissima Rosa, bisnonna della Gruber, e la di lei figlia minore, Helena detta Hella.

Insegna, e molto, perché parla di qualcosa a cui nessun docente di storia ha mai fatto più di un rapido cenno, né a scuola, né all’università; qualcosa che i libri di storia non raccontano come dovrebbero: la questione del Sudtirolo, la sua annessione all’Italia dopo la Grande Guerra, l’italianizzazione forzata avvenuta sotto il fascismo, la conseguente proibizione di parlare il tedesco. La speranza, di molti, che l’avvento di Hitler fornisse una via di fuga al fascismo, un’occasione per riappropriarsi della propria cultura, della propria lingua, della propria libertà. La terribile questione dell'opzione: i cittadini del Sudtirolo dovettero scegliere, entro il 31 dicembre del 1939, se abbandonare le loro terre per trasferirsi nel Reich e tornare a essere “tedeschi” o rimanere sul loro suolo natio e rinunciare per sempre alla loro cultura. In 70.000 lasciarono le loro case.

Lilli Gruber ci racconta tutto questo e molto di più. Ci racconta la storia di Hella, il suo arresto, la tragica esperienza del confino, la sua liberazione avvenuta grazie alla sorella Berta, che riuscì ad avvicinare Ciano a Vienna.  Osserva perplessa la sua adesione all’ideologia hitleriana, senza cercare di giustificarla: era chiaro a molti che Hitler non era davvero interessato al Sudtirolo, ma tanti si illusero. Ci fa guardare la Storia del Sudtirolo da un altro punto di vista, portandoci a porci delle domande sulla retorica questione dell’irredentismo. Ci racconta la Storia attraverso la storia della sua famiglia, dal 1902 al 1940, affrontando anche la questione dell’antisemitismo con uno stile asciutto, lontano tanto dalla freddezza quanto dal patetismo. Ci rende partecipi della tragedia di quei cittadini sudtirolesi privati dall’oggi al domani della loro lingua, e obbligati a parlare in italiano. Ci racconta il dolore di tanti giovani nel dover prestare servizio militare sotto la bandiera italiana, nemica.

Ho un debole per la Gruber da quando, in terza elementare, l’ho interpretata in una recita scolastica, con tanto di parrucca rossa. Leggendo questo libro ho apprezzato particolarmente il suo modo obiettivo e sempre attento, critico, di osservare gli eventi. Di descrivere il Brennero, che con l’abolizione delle frontiere ha perso vitalità; di raccontare di un suo tragico viaggio in treno; di affrontare questioni politiche e sociali che oggi, più che mai, sono importanti. Ho apprezzato il suo coraggio nello scrivere che “il passato resiste, ma la memoria è sempre troppo corta”, nel far notare che dopo l’arresto di Mussolini tutti i suoi sostenitori si dissolsero, facendo apparentemente dell’Italia un paese abitato solo da nemici del regime, e lo stesso fu per l’adesione al nazismo da parte dei sudtirolesi.

Sul Kindle ho evidenziato molto, vi lascio un passaggio solo. Il grassetto è mio.

“Queste vette non hanno più storie da raccontare, né tristi né gioiose, il passo è diventato il simbolo di un continente senza più frontiere, dove certe lezioni sono state apprese. Ma sarà poi così vero? A quasi un secolo dal crollo degli Imperi centrali, una nuova e grave crisi economica, politica e morale minaccia oggi con i suoi sconvolgimenti la costruzione di un’Europa riconciliata”.

(Post pubblicato, in origine, qui)