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domenica 27 gennaio 2013

Recensione: Istruzioni per l’odio, S. Montella

Da Il foglio letterario:
Raccontare i piccoli orrori della quotidianità, il loro rifiuto, la loro finale accettazione.
Un libro psico-politico in cui un ragazzo cerca di fare a se stesso quello che Berlusconi ha fatto al paese. Un libro di sinistra, ma così di sinistra che può piacere soprattutto a quelli di destra. Succede che Silvio lo perseguita, e un precario qualunque passa dalla laurea con lode alla disoccupazione.
Che fare?
Si tratta della domanda cui i poveracci di tutto il mondo cercano da secoli una risposta.
Quando Simone mi ha proposto di leggere e recensire il suo libro ho accettato volentieri, ma non del tutto serenamente: le righe che ho postato sopra, che fanno da presentazione al suo romanzo, mi avevano messo addosso un po’ di inquietudine, un po’ d’ansia. Temevo fosse qualcosa di troppo complicato, di troppo pesante, di troppo politico… Quindi, se c’è qualcosa che non mi piace del suo libro sono queste righe di presentazione, che non gli rendono giustizia.

L’ho letto due volte, la prima rotolandomi dal ridere in alcuni punti e con l’ansia di scoprire come andasse a finire, con la consapevolezza che non poteva finire come immaginavo io, perché già la prima pagina aveva soppresso questa possibilità. Finale inaspettato, nonostante non ce ne fosse un altro possibile, a pensarci bene. La seconda volta l’ho riletto con calma, per poterlo analizzare meglio, e mi sono attardata a evidenziare e commentare molti passaggi, col desiderio di riportarli e commentarli. Non lo farò, perché non voglio mettere troppa carne al fuoco: voglio che questo sia un invito alla lettura, più che una recensione.

Leggendo questo romanzo, mi sono sentita meno sola coi miei pensieri bizzarri, contorti, con le mie paure. Non è un libro politico, è un libro sociale. Non è un libro su Berlusconi ma sul berlusconismo, nell’accezione ampia del termine.  Fa ridere, tanto. Soprattutto perché ci si riconosce, e proprio per questo fa pensare, turba un po’. Ci si ritrova in quei ragionamenti stereotipati che il protagonista si accorge, con orrore, essere diventati suoi.

Questo romanzo ci mostra dall’interno, da dentro la testa del personaggio, come ci si trovi a vivere in una società dell’apparire (meraviglioso quando pensa alla donna da scegliersi.. “Identificare un target, il punto è trovare una via di mezzo, questo è un target”), del possesso, del bisogno indotto dal benessere.  Proprio per questo mostrare le cose “dall’interno”, la scelta della prima persona è pienamente giustificata, oltre che perfetta. Il protagonista parla di sé con l’io e con il tu – rivolgendosi a se stesso – a volte anche nello stesso periodo: una scelta stilistica che può non piacere, ma che io personalmente adoro. Uno stile convulso, claustrofobico, che ci porta dritti dentro i ragionamenti perversi e malati del protagonista, descritti in maniera dettagliata, precisa ma mai asettica. Ragionamenti che sono anche i nostri, quando siamo stanchi, affannati (quando cerca di piantare i gerani…), ubriachi. Descrizioni che sono esercizi di verità, e non di bello stile.

Di “bello stile” non ce n’è, nel senso estetico del termine, ecco. Qualche volta qualche congiuntivo (mancato) mi ha un po’ turbata, ma l’autore si fa perdonare subito con qualche frase, qualche sentenza che ti tocca dentro, ti colpisce per la sua ovvietà. Per la serie… so benissimo che è così, ma così non sono mai stata capace di dirlo….“odiare una persona nasce spesso da questo, nasce dai rapporti di forza che non si possono mai sovvertire nemmeno chiacchierando del più e del meno”.

Mi fermo qui perché non voglio dire troppo, voglio davvero invitarvi a leggere. Perché fa pensare, indipendentemente da quelle che sono le vostre convinzioni / posizioni politiche o scelte di vita. Fa venir voglia di conoscere la persona che sta dietro quella penna, e scusate se è poco.

(Post pubblicato, in origine, qui)

venerdì 25 gennaio 2013

In difesa degli ebooks

Sono un po' stufa di leggere qua e là post apocalittici contro i vari lettori ebook, contro gli ebooks stessi, tutte quelle solfe come... i libri non ci saranno più, moriranno, come fate a leggere su una tavoletta...

UFFA!

Amo i libri, li ho sempre amati. E ne ho tanti. Ma hanno due grandi difetti, soprattutto agli occhi di una giovane studentessa sempre con la valigia in mano: costano, più dei cugini elettronici, e PESANO. Credo che chi legge a ritmi serrati come me (parlo di 8/10 libri al mese) non possa permettersi di comprarli tutti, e a non a tutti le biblioteche piacciono: sono un po' schizzinosa, nel senso che non mi piace portarmi a letto qualcosa che è stato al bagno con qualcun altro, e mi dimentico sempre le scadenze.

Capisco la diffidenza, e le scelte di che preferisce continuare a leggere libri tradizionali (posto che anch'io, se di qualche cartaceo ho già i volumi precedenti, o tutti quelli dello stesso autore.. li compro!). Ma non capisco i toni apocalittici di chi dice che i libri soccomberanno all'avanzata degli ebook e cose simile. Si tratta di due prodotti diversi, destinati a pubblici diversi con esigenze diverse. Si tratta di esperienze di lettura diverse, ma non di diversa intensità.

Concludo con... un buon lettore ebook... non fa male agli occhi, e non fa venire mal di testa!

martedì 22 gennaio 2013

Recensione: Io sono Heathcliff, Desy Giuffré

TRAMA (dal sito ufficiale del romanzo): Elena Ray è una ragazza ricca e viziata, la sua apparente superficialità nasconde però le tipiche sofferenze adolescenziali. Damian Ludeschi è un affascinante ladro di strada, amante del pericolo e romantico sognatore, incapace di accettare l’abbandono del padre e di assecondare i voleri di uno zio violento e avido di potere. Le loro vite sembrano non avere nulla in comune, se non fosse per un’antica maledizione che lega entrambi alla vecchia tenuta conosciuta con il nome di Wuthering Heights, e ai loro storici proprietari: Catherine Earnshaw e il suo amato Heathcliff. Abbiamo imparato a conoscerli e ad amarli nel classico senza tempo Cime tempestose, che ha fatto palpitare tanti cuori, e ora li ritroviamo come spiriti disposti a tutto, anche ad appropriarsi delle vite dei due giovani protagonisti pur di avere una seconda possibilità di vivere il loro sfortunato e triste amore. Non sarà il destino a decidere per loro, ma il segreto custodito nell’epitaffio di una tomba, che dà vita al sequel fantasy di una delle storie più amate della letteratura inglese: «Le rocce ne saranno custodi. La brughiera prigione. Finché una Figlia di Sangue non giungerà per ridare il sale alle loro ossa. E la terra non griderà più i loro nomi».
Di questo romanzo ho letto tantissime recensioni, per lo più negative. Credo che alla base vi sia un grandissimo equivoco di fondo, o almeno io voglio sperare che di equivoco si tratti. Questo romanzo non è, e non può essere, il “sequel” di Cime tempestose, come invece è stato presentato. E’ un romanzo ispirato a Cime Tempestose, a parer mio. Cosa ben diversa, come tutti sappiamo. Non penso si possa fare un “sequel” di tale mostro sacro. Non si può fare un sequel di (quasi) nulla, per come la vedo io Sorriso.
L’ho letto in una giornata, metà sul treno e metà alla sera a casa. Una lettura piacevole, il romanzo è scritto in maniera gradevole, senza punte di eccellenza. E’ carino che all’inizio di ogni capitolo siano citati passaggi tratti dal celebre romanzo della Bronte. E’ un po’ adolescenziale, nel senso che… è una lettura per adolescenti, per ragazze, secondo me. Io sono un po’ fuori tempo massimo per leggerlo, ma l’ho gradito molto.
Visto così, è un buon libro.
Ha un pregio enorme, grandissimo: vi fa venir voglia di rileggere Cime Tempestose!

(Post pubblicato, in origine, qui)

lunedì 21 gennaio 2013

Recensione: Il seggio vacante– J. K. Rowling

TRAMA (da qlibri):
A chi la visitasse per la prima volta, Pagford apparirebbe come un’idilliaca cittadina inglese. Un gioiello incastonato tra verdi colline, con un’antica abbazia, una piazza lastricata di ciottoli, case eleganti e prati ordinatamente falciati. Ma sotto lo smalto perfetto di questo villaggio di provincia si nascondono ipocrisia, rancori e tradimenti. Tutti a Pagford, dietro le tende ben tirate delle loro case, sembrano aver intrapreso una guerra personale e universale: figli contro genitori, mogli contro mariti, benestanti contro emarginati. La morte di Barry Fairbrother, il consigliere più amato e odiato della città, porta alla luce il vero cuore di Pagford e dei suoi abitanti: la lotta per il suo posto all’interno dell’amministrazione locale è un terremoto che sbriciola le fondamenta, che rimescola divisioni e alleanze. Eppure, dalla crisi totale, dalla distruzione di certezze e valori, ecco emergere una verità spiazzante, ironica, purificatrice: che la vita è imprevedibile e spietata, e affrontarla con coraggio è l’unico modo per non farsi travolgere, oltre che dalle sue tragedie, anche dal ridicolo.
A proposito di questo romanzo, ho letto parecchie recensioni entusiaste. Mi sono guardata un po’ in giro, ne ho letta qualcuna, ma non sono stata pienamente d’accordo con nessuna.
Mi è piaciuto, intendiamoci. Ma non così tanto, non così totalmente. é scritto in una maniera semplice; le descrizioni dei caratteri, così come dei luoghi, sono il forte della Rowling. L’ho trovato un po’ troppo lungo, un po’ come gli ultimi Harry Potter. Per di più, non c’è una vera trama: è la descrizione di una serie di situazioni che si sovrappongono, per cui il gran numero di pagine stanca un po’. All’inizio ho fatto fatica a collocare i vari personaggi, le parentele, come mi è capitato con alcuni Harry Potter, del resto.
Il libro della Rowling è un viaggio nella società, nel degrado, nella bassezza. Non c’è lieto fine, e non potrebbe esserci. Il sesso è ovunque, ed è una presenza inquietante, cupa, spesso “sporca”, mai gioiosa. Alla fine è portatore di morte, in un atroce gioco di contrasti con le leggi della natura.
I personaggi, al pari del sesso, sono descritti impietosamente, quasi con rabbia, con un occhio acuto e indagatore che però non sfugge il compiacimento nei confronti del grottesco, del particolare disgustoso.
Non c’è una figura positiva, tranne forse il defunto Barry, segno che anche la Rowling non sfonda il comandamento “dei morti non si parla male”. La di lui vedova, invece, pur nella sua apparente correttezza, signorilità, dignità, raggiunge verso la fine a parer mio livelli di aberrazione pazzeschi, di crudeltà e di freddezza. Tutti i personaggi provano emozioni dirette ad individui diversi da sé stessi, ma non Mary Fairbrother.
In conclusione, si legge, e anche bene. E’ interessante, molto. Ma non l’ho trovato eccezionale.

(Post pubblicato, in origine, qui)

lunedì 7 gennaio 2013

Recensione: I custodi della biblioteca–Glenn Cooper

TRAMA (da qlibri): Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio… Il silenzio in cui si sono suicidati gli scrivani di Vectis. Dopo aver compilato la sterminata Biblioteca che riporta il giorno di nascita e di morte di ogni uomo vissuto dall’VIII secolo in poi, la loro eredità è una data: il 9 febbraio 2027. Ma la giovane Clarissa non sa nulla di tutto ciò. Il suo unico pensiero è fuggire. Fuggire da quell’abbazia maledetta, per mettere in salvo il dono più prezioso che Dio le abbia mai concesso. Il futuro dell’umanità è un mistero nascosto tra le pagine di un libro… Il libro in cui è indicato il giorno del giudizio. Mentre il mondo s’interroga su cosa accadrà davvero il 9 febbraio 2027, alcune persone ricevono una cartolina sulla quale ci sono il disegno di una bara e una data: il giorno della loro morte. Proprio come all’inizio della straordinaria serie di eventi che avevano portato alla scoperta della Biblioteca dei Morti. C’è soltanto una differenza: tutte le «vittime» sono di origine cinese. È una provocazione? Un avvertimento? L’ultima verità non è mai stata trovata… Will Piper ha trovato la pace: sa che vivrà oltre il 9 febbraio 2027, e ha deciso di lasciarsi alle spalle l’enigma della Biblioteca di Vectis e la sua secolare scia di sangue. Almeno finché suo figlio non parte all’improvviso per l’Inghilterra e poi sparisce nel nulla. D’un tratto, per Will, ogni cosa torna a ruotare intorno all’origine della Biblioteca dei Morti. Lì dove tutto è cominciato. E dove tutto finirà. Se il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio, se il futuro dell’umanità è un mistero nascosto tra le pagine di un libro, solo nella Biblioteca dei Morti si può trovare l’ultima verità
Sono un po’ a disagio nello scrivere questa recensione, abbastanza negativa: solo un paio di giorni prima di leggerlo avevo magnificato quest’autore a un’amica, contrapponendolo a Dan Brown. Cooper continua, assolutamente, a vincere il confronto con l’autore de Il codice da Vinci, ma quest’ultimo (?) capitolo della saga de La biblioteca dei morti è stato davvero una delusione.
Ho apprezzato molto il primo volume, La biblioteca dei morti, e adorato il secondo, Il libro delle anime. Dei libri fuori saga mi è piaciuto molto La mappa del destino, un po’ meno Il marchio del diavolo.
Ciò che c’era di davvero apprezzabile, soprattutto ne Il libro delle anime, era la presenza di una storia sotto la storia principale, il fatto che lo sviluppo di ciò che era accaduto nel passato venisse seguito parallelamente allo snodarsi del presente. Si trattava per altro di “sotto - storie” in cui l’autore dava prova, oltre che di una fervida fantasia, di una cultura straordinaria.  Anche qui c’è un tentativo in questo senso, ma talmente esile da risultare per l’appunto null’altro che un tentativo abbozzato e mal riuscito.
I personaggi… anche qui, appena tratteggiati. Il protagonista, Will Piper, è ormai diventato uno stereotipo, quasi la caricatura di quello che era nei due tomi precedenti. Inesistente l’approfondimento psicologico sul figlio. Anche il tradimento finale, che potrebbe e dovrebbe sfociare in una tragedia famigliare (non dico di più per evitare spoiler), si chiude in nulla di fatto, viene liquidato in un paio di righe.
Simpatiche, invece, tutte le novità tecnologiche inserite da Cooper in questo romanzo, ambientato nel 2026.
In conclusione.. si lascia leggere, è scritto bene, ma non è niente di che.
Spero che questa saga sia finita, anche se il finale può far pensare che continui…

(Post pubblicato, in origine, qui)

venerdì 21 dicembre 2012

Recensione: “Eredità”–Lilli Gruber

TRAMA (da aNobii): È il novembre del 1918, e il mondo di Rosa Tiefenthaler è andato in frantumi. L’Impero austroungarico in cui è nata e vissuta non esiste più: con poche righe su un Trattato di pace la sua terra, il Sudtirolo, è passata all’Italia. “Il nostro cuore e la nostra mente rimarranno tedeschi in eterno”, scrive Rosa sul suo diario. Colta e libera per il suo tempo, lo tiene da quasi vent’anni, dal giorno del suo matrimonio con l’amato Jakob. Mai avrebbe pensato di riversare nelle sue pagine una così brutale lacerazione. Ne seguiranno molte altre. In pochi anni l’avvento del fascismo cambia il suo destino. Cominciano le persecuzioni per lei e per la sua famiglia, colpevoli di voler difendere la loro lingua e la loro identità: saranno arrestati, incarcerati, mandati al confino. E Rosa assiste impotente al naufragio di tutte le sue certezze. Intorno a lei, troppi si lasciano sedurre da un sogno pericoloso che si sta affacciando sulla scena europea: quello della Germania nazista. Non potrà impedire che Hella, la figlia minore, sia presa nel vortice dell’ideologia fatale di Hitler. E presto dovrà affrontare la scelta impossibile tra l’oppressione e l’esilio. Nata austriaca, vissuta sotto l’Italia, morta all’ombra del Reich, Rosa è il simbolo dei tormenti di una terra di confine. Su quella frontiera è cresciuta Lilli Gruber, sua bisnipote, che oggi attinge alle parole del suo diario. E racconta una pagina di storia personale e collettiva in questo libro appassionato, teso sul filo del ricordo, illuminato da una felice vena narrativa. Intrecciando testimonianze e documenti, lettere e memorie, apre ai lettori le porte di un Sudtirolo dilaniato e splendido, dietro cui si stagliano un’Italia presa nella morsa della dittatura e un’Europa travolta dall’incubo delle guerre mondiali.
All’inizio della lettura, sono stata tentata di abbandonare questo libro: ero un po’ annoiata, affaticata da quello che – pur essendo stato presentato dalla sua autrice a Che tempo che fa come un romanzo – mi sembrava un saggio storico neanche troppo brillante. Arrivata a più o meno un quarto del libro, ho riveduto totalmente la mia posizione: Eredità di Lilli Gruber è avvincente (quasi) come un romanzo, insegna come un saggio storico e fa riflettere ancora di più.

E’ avvincente come un romanzo perché – come si evince dalla trama – ci tiene ancorati alla storia di una famiglia precisa, e soprattutto alle vite di due donne ben delineate: la coraggiosissima Rosa, bisnonna della Gruber, e la di lei figlia minore, Helena detta Hella.

Insegna, e molto, perché parla di qualcosa a cui nessun docente di storia ha mai fatto più di un rapido cenno, né a scuola, né all’università; qualcosa che i libri di storia non raccontano come dovrebbero: la questione del Sudtirolo, la sua annessione all’Italia dopo la Grande Guerra, l’italianizzazione forzata avvenuta sotto il fascismo, la conseguente proibizione di parlare il tedesco. La speranza, di molti, che l’avvento di Hitler fornisse una via di fuga al fascismo, un’occasione per riappropriarsi della propria cultura, della propria lingua, della propria libertà. La terribile questione dell'opzione: i cittadini del Sudtirolo dovettero scegliere, entro il 31 dicembre del 1939, se abbandonare le loro terre per trasferirsi nel Reich e tornare a essere “tedeschi” o rimanere sul loro suolo natio e rinunciare per sempre alla loro cultura. In 70.000 lasciarono le loro case.

Lilli Gruber ci racconta tutto questo e molto di più. Ci racconta la storia di Hella, il suo arresto, la tragica esperienza del confino, la sua liberazione avvenuta grazie alla sorella Berta, che riuscì ad avvicinare Ciano a Vienna.  Osserva perplessa la sua adesione all’ideologia hitleriana, senza cercare di giustificarla: era chiaro a molti che Hitler non era davvero interessato al Sudtirolo, ma tanti si illusero. Ci fa guardare la Storia del Sudtirolo da un altro punto di vista, portandoci a porci delle domande sulla retorica questione dell’irredentismo. Ci racconta la Storia attraverso la storia della sua famiglia, dal 1902 al 1940, affrontando anche la questione dell’antisemitismo con uno stile asciutto, lontano tanto dalla freddezza quanto dal patetismo. Ci rende partecipi della tragedia di quei cittadini sudtirolesi privati dall’oggi al domani della loro lingua, e obbligati a parlare in italiano. Ci racconta il dolore di tanti giovani nel dover prestare servizio militare sotto la bandiera italiana, nemica.

Ho un debole per la Gruber da quando, in terza elementare, l’ho interpretata in una recita scolastica, con tanto di parrucca rossa. Leggendo questo libro ho apprezzato particolarmente il suo modo obiettivo e sempre attento, critico, di osservare gli eventi. Di descrivere il Brennero, che con l’abolizione delle frontiere ha perso vitalità; di raccontare di un suo tragico viaggio in treno; di affrontare questioni politiche e sociali che oggi, più che mai, sono importanti. Ho apprezzato il suo coraggio nello scrivere che “il passato resiste, ma la memoria è sempre troppo corta”, nel far notare che dopo l’arresto di Mussolini tutti i suoi sostenitori si dissolsero, facendo apparentemente dell’Italia un paese abitato solo da nemici del regime, e lo stesso fu per l’adesione al nazismo da parte dei sudtirolesi.

Sul Kindle ho evidenziato molto, vi lascio un passaggio solo. Il grassetto è mio.

“Queste vette non hanno più storie da raccontare, né tristi né gioiose, il passo è diventato il simbolo di un continente senza più frontiere, dove certe lezioni sono state apprese. Ma sarà poi così vero? A quasi un secolo dal crollo degli Imperi centrali, una nuova e grave crisi economica, politica e morale minaccia oggi con i suoi sconvolgimenti la costruzione di un’Europa riconciliata”.

(Post pubblicato, in origine, qui)

mercoledì 12 dicembre 2012

Battle Royale–Koushun Takami

TRAMA (da Wikipedia) : Nella "Repubblica della Grande Asia", uno stato totalitario geograficamente localizzato nel Giappone della realtà, vige il BR Act. Secondo tale legge, ogni anno viene scelta tramite sorteggio una classe di terza media per partecipare al cosiddetto Programma. Il gioco consiste in una lotta all'ultimo sangue in cui i giovani e sorpresi (perché tenuti all'oscuro di tutto, e trasportati sul posto con l'inganno) partecipanti devono impugnare l'arma, affidata loro a caso, contenuta in uno zaino e uccidersi a vicenda in un luogo scelto appositamente dal governo, precedentemente evacuato: in questa edizione si tratta di un'isola deserta e sconosciuta. Per costringerli a partecipare, tra i vari espedienti c'è un collare che fornisce al centro di controllo la posizione degli studenti e che esplode in caso di fuga o di ammutinamento. L'obiettivo è che rimanga un solo superstite, l'unico che potrà fare ritorno a casa. Gli studenti sono 42, 21 maschi e 21 femmine.
I miei lettori abituali faranno un salto sulla sedia, a vedere questa recensione. Infatti, questo libro non è assolutamente ascrivibile al novero di quelli che sono solita leggere, anzi. Se non me l’avesse consigliato un amico, che ringrazio, mai e poi mai sarei venuta a conoscenza dell’esistenza di questo romanzo. E soprattutto, mai e poi mai l’avrei letto. Ci ho messo un po’ a macinarmi queste 650 pagine (nell’edizione Kindle), un po’ più di una settimana, che per i miei standard è un tempo lungo per un libro, per quanto possa essere corposo.
La trama è semplicissima. Il tema dominante è sostanzialmente l’amicizia: in un “gioco” simile, in cui si è tutti contro tutti, di chi ci si può ancora fidare? Predominano l’amicizia e l’affetto, o un istinto di sopravvivenza che si trasforma in attacco, in violenza, se la paura di morire ti porta ad attaccare e a uccidere per primo? Ci sono quarantadue ragazzini spaventati in questo libro, vittime di un sistema politico definito “fascismo perfetto” : “la cosa più vicina a una religione era la fede nel sistema politico…”. Paradossalmente, per motivi che spiegherò meglio oltre, è stata soprattutto questa presenza inquietante e incombente di un regime che chiamare totalitario è riduttivo a turbarmi profondamente. Questa assenza totale di libertà, perché, come ci spiega Shogo, i governanti proclamano che “ovviamente, ogni cittadino ha il diritto alla libertà, però quest’ultima deve essere controllata per l’interesse del bene pubblico”.
I ragazzini sono quindi pedine di questo governo, vittime di un gioco perverso, oggetto di scommesse da parte dei supervisori. In alcuni casi, i più insignificanti e piccoli dettagli della loro vita precedente assumono un valore enorme, spropositato. Diventa importante chi ha una cotta per chi, chi è stato gentile con chi. Chi ha aiutato chi, chi ha sorriso a chi, come e quando. Diversamente, la paura dell’altro porta anche a rimuovere i dettagli positivi, a trasformare quelli che prima erano amici in nemici da annientare. Un viaggio nella psiche umana in ogni ricordo, ogni piccolo pensiero riveste un ruolo importantissimo nel prendere le decisioni, nello scegliere se stipulare un’alleanza o se uccidere.
Una lettura affascinante, da questo punto di vista. Takami ci guida con precisione tra questi adolescenti: seguiamo la vicenda di Shuya, Noriko e Shogo come quella principale, ma con un ritmo alternato seguiamo anche quella degli altri personaggi. Partecipiamo alla loro follia, alla loro paura, alla loro morte. Morte che avviene sempre in maniera – ovviamente – violenta, e che ci viene descritta con toni altamente sanguinari e a tratti un po’ splatter. Mi è toccato saltare qualche pagina, lo ammetto.
Non sono sicura sia corretto valutare lo stile di Takami con criteri occidentali, ma ci provo. E’ uno stile freddissimo. Acuto, preciso, analitico, a tratti straniante: abbandona di colpo il personaggio per commentarne i pensieri e le azioni; procedimento che mi è piaciuto. Eppure, è uno stile a parer mio TROPPO freddo. L’ansia dobbiamo provarla noi, costruirla noi. Non veniamo aiutati. L’autore descrive le paure dei ragazzi, ma con tono asettico. Non ci sono passaggi coinvolgenti. Anche il tempo…il tempo qui è tutto, più il tempo passa più il gioco diventa difficile, aumentano le zone in cui i giocatori non possono più andare, il rischio che il collare esploda si fa sempre più alto… ma niente, non percepiamo nessun senso del tempo che scorre, nessuna ansia legata al suo corso inesorabile…Anche sul finale, dominato da una serie di colpi di scena, mi è capitato solo una volta di provare una piccola emozione non auto – indotta (per evitare spoiler, non vi dirò quando..), mentre per il resto sono rimasta indifferente a questo stile iperdescrittivo e razionalistico.
In conclusione… Consigliato sì, perché è comunque una lettura “diversa” e il libro è scritto bene, dal punto di vista lessicale – sintattico. Lo sconsiglierei a chi è troppo impressionabile, però.
Vi lascio la citazione… “Questa vita di merda è quella che si può avere in un paese di merda come il nostro. Ma sai, noi abbiamo anche la capacità di sentirci felici e di divertirci, no? Sono piccole cose, ma è abbastanza per colmare questo vuoto”.

(Post pubblicato, in origine, qui)